Sigismondo Freddo (alias SIGMUND FREUD)

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Schopenhauer , Nietzsche, Freud: elementi per un confronto critico

Werner Horvath: Schopenhauer e Nietzsche
Alcune considerazioni di U. Galimberti


Nel saggio Schopenhauer come educatore (1874) Nietzsche, quasi a evitare qualsiasi fraintendimento, scrive: "I tuoi educatori non possono essere nient'altro che i tuoi liberatori" (p. 363). Quindi non Nietzsche al seguito di Schopenhauer, ma Nietzsche liberato da Schopenhauer. Seguiamo i passaggi di questa liberazione.

Nietzsche, accogliendo l'impostazione di Schopenhauer, ricorda all'uomo: "La tua vera essenza non sta profondamente dentro di te, bensì immensamente al di sopra di te, o per lo meno di ciò che tu abitualmente prendi per il tuo io" (Ivi). Ma, lungi dal difendersi da questo doloroso destino, come aveva fatto Schopenhauer e come in seguito farà Freud, Nietzsche si abbandona all'incontenibile sovrabbondanza della vita, liberando tutte le maschere e tutte le illusioni attraverso cui questa si offre e si produce. La scelta non è arbitraria, ma risponde al bisogno di stabilire una coerenza tra premesse e conseguenze. La premessa schopenhaueriana era che noi siamo vissuti dalla vita di cui, solo per un inganno, ci pensiamo autori; la ragione è la tessitura di questo inganno. Nietzsche, nella premessa di Schopenhauer, coglie l'essenza del tragico, ma proprio per questo anche il beneficio dell'illusione senza il quale non potremmo vivere.

A questo punto la "rappresentazione" da inganno diventa rimedio, e perciò, nel linguaggio nietzschiano, l'ordine apollineo, per quanto ingannevole, salva dalla dissolvenza delle forze dionisiache in preda alle quali l'uomo non potrebbe vivere. Ecco, in un rapido accostamento di brani nietzschiani, la sequenza: "Per brevi attimi siamo veramente l'essere primigenio stesso e ne sentiamo l'indomabile brama di esistere e piacere di esistere; la lotta, il tormento, l'annientamento delle apparenze ci sembrano ora necessari, data la sovrabbondanza delle innumerevoli forme di esistenza che si urtano e si incalzano alla vita, data la strabocchevole fecondità della volontà del mondo; noi veniamo trapassati dal furioso pungolo di questi tormenti nello stesso attimo in cui siamo per così dire divenuti una cosa sola con l'incommensurabile gioia originaria dell'esistenza, e in cui presentiamo, in estasi dionisiaca, l'indistruttibilità e eternità di questo piacere. Malgrado il timore e la compassione, noi viviamo in modo felice, non come individui, in quanto siamo quell'unico vivente, con la cui gioia generativa siamo fusi. […]

"Ma l'apollineo ci strappa all'universalità dionisiaca e ci affascina per gli individui. […]

"Così, del sostrato dionisiaco del mondo, può passare nella coscienza dell'individuo solo esattamente quello che può essere poi di nuovo superato dalla forza di trasfigurazione apollinea, sicché questi due istinti artistici sono costretti a sviluppare le loro forze in stretta proporzione reciproca, secondo la legge dell'eterna giustizia. Dove le forze dionisiache si levano così impetuosamente come noi possiamo sperimentare, là deve essere già disceso sino a noi, avvolto in una nube, Apollo" (La nascita della tragedia, pp.111-112, 142, 162).

"Educato" da Schopenhauer, Nietzsche accoglie la verità dell'esistenza minacciata da forze immensamente più potenti di lei, ma, "liberato" da Schopenhauer, Nietzsche accoglie anche il mondo dell'apparenza, e quindi dell'illusione e della maschera senza di cui la vita non sarebbe vivibile. Smascherata la volontà irrazionale o, nel linguaggio di Nietzsche, l'Uno originario percorso dalla dissolvenza dionisiaca, il problema non è più quello di difendersi dalla "rappresentazione" del mondo e quindi dall'illusione e dalla maschera in nome della "verità", ma di liberare rappresentazioni, illusioni e maschere, senza di cui la "vita" sarebbe impossibile. Di nuovo si prospetta il conflitto tra vita e verità, dove Nietzsche sta dalla parte della vita, mentre il suo "educatore" stava per la verità.

Nel Tentativo di autocritica, che nel 1886 precede una nuova edizione de La nascita della tragedia, Nietzsche risolve il conflitto abolendo la distinzione tra verità e illusione perché sospetta in quanti la sostengono (quindi in Platone, nel Cristianesimo, in Kant e nello stesso Schopenhauer) un'"ostilità alla vita, una rabbiosa, vendicativa avversione alla vita stessa. L'odio contro il mondo, la maledizione delle passioni, la paura della bellezza e della sensualità, un al di là inventato per meglio calunniare l'al di qua, in fondo un'aspirazione al nulla, alla fine, al riposo, fino al 'sabato dei sabati' - tutto ciò […] mi parve sempre la forma più pericolosa e sinistra di tutte le forme possibili di una 'volontà di morte', o almeno un segno di profondissima malattia, stanchezza, di malessere, esaurimento, impoverimento di vita" (Ivi, pp. 10-11). Il sospetto porta Nietzsche a vedere il mondo delle apparenze non come una difesa contro il terrore che può incutere la visione dei caratteri caotici e abissali della volontà di vita, ma come l'espressione liberata della sovrabbondanza e del carattere multiforme che la volontà di vita racchiude in se stessa. Da questo punto di vista non c'è più dualismo tra verità e illusione, perché l'illusione non è prodotta dall'uomo per difendersi dalle atrocità dell'esístenza, ma è prodotta dalla volontà di vita che, liberandosi, esprime se stessa come potenza plastica formatrice di apparenze e illusioni.

Il risolvimento del dualismo, che da Platone a Schopenhauer, attraverso il Cristianesimo e Kant, percorre l'intero pensiero dell'Occidente, è insieme il risolvimento del pessimismo, perché là dove le illusioni sono le forme in cui si libera la verità dell'essere, non è più necessario, "per ,amore della verità", rinunciare alla vita nel mondo delle illusioni. L'Autocritica di Nietzsche non lascia dubbi in proposito: "Nel libro ritorna più volte l'allusiva frase che solo come fenomeno estetico l'esistenza del mondo è giustificata. E in effetti tutto il libro, dietro a ogni accadere, vede soltanto un senso e un senso recondito d'artista - un 'Dio', se si vuole, ma certo solo un Dio - artista assolutamente noncurante e immorale che, nel costruire come nel distruggere, nel bene come nel male, 'Vuole sperimentare un uguale piacere e dispotismo, e che, creando mondi, si libera dall'oppressione della pienezza e della sovrabbondanza, dalla sofferenza dei contrasti in lui compressi. Il mondo è in ogni momento la raggiunta liberazione di Dio, come la visione eternamente cangiante, eternamente nuova dell'essere più sofferente, più contrastato, più ricco di contraddizioni, che sa liberarsi solo nell'illusione" (Ivi, p. 9).Con questo passaggio Nietzsche mantiene il principio di Schopenhauer secondo cui l'essere è volontà di vita, ma libera l'Occidente dal pessimismo perché lo libera dal dualismo dell' "al di là inventato per meglio calunniare l'al di qua", e, a una visione morale del mondo dove "la vita deve avere costantemente e inevitabilmente torto" (Ivi, p.11) perché l'"essere" è sempre misurato dal "dover essere", sostituisce una visione estetica dove sono ospitati rappresentazione, illusione, apparenza e tutti quei fenomeni che nel mondo della morale non hanno cittadinanza se non come negatività.

Freud e Nietzsche
SCHOPENHAUER E FREUD

Freud, buon lettore di Schopenhauer, è stato cattivo lettore di Nietzsche. In una lettera a Lothar Eickel del 1931 scrive:

"Nello sforzo di capire un filosofo, ho sempre pensato che sarebbe stato inevitabile impegnarsi nelle sue idee e sottoporsi alla sua guida durante il proprio lavoro. Per questo ho rifiutato lo studio di Nietzsche, anche se mi era chiaro che potevano essere trovate in lui concezioni molto simili a quelle della psicoanalisi".


Questo non ha impedito a Freud di prelevare da Nietzsche del materiale linguistico, come ad esempio l'espressione "Es" per designare l'inconscio:

"Adeguandoci all'uso linguistico di Nietzsche e seguendo un suggerimento di Georg Croddeck chiameremo d'ora in poi l'inconscio "Es". Questo pronome impersonale sembra particolarmente adatto a esprimere il carattere precipuo di questa provincia psichica, la sua estraneità all'Io. Super-io, Io ed Es sono dunque i tre regni, territori, province, in cui noi scomponiamo l'apparato psichico della persona e delle cui reciproche relazioni ci occuperemo in quanto segue" (Introduzione alla psicoanalisi - nuova serie di lezioni, in Opere, uol. 11, p. 184).

La geografia di Freud è profondamente schopenhaueriana. Nella separazione di inconscio e coscienza risuona il mondo come volontà e rappresentazione. Come Nietzsche, anche Freud sta dalla parte della rappresentazione, ma perché in essa vede non la liberazione delle pulsioni, ma la salvaguardia dalle pulsioni. In termini nietzschiani, l'intenzione di Freud non è la liberazione del dionisiaco, ma la liberazione dal dionisiaco, quindi "ascesi" e "rinuncia" schopenhaueriana.

Sollevata la maschera della "cura" delle pulsioni, ciò che riappare è il trionfo della "morale" e le dimissioni dell'"estetica": "In ogni tempo - scrive infatti Freud - si è assegnato alla morale il massimo valore come se tutti se ne aspettassero importanti conseguenze. Ed è vero che la morale, come è facile riconoscere, tocca il punto più vulnerabile di ogni civiltà. Perciò essa va intesa come un esperimento terapeutico, come uno sforzo per raggiungere, attraverso un imperativo del Super-ío, ciò che finora non fu raggiunto attraverso nessun'altra opera di civiltà" (Il disagio della civiltà, in Opere, vol. 10, p. 627). L'opera di civiltà passa attraverso il prosciugamento dello Zuiderzee, il mare interno bonificato lungo le coste olandesi: "L'intenzione degli sforzi terapeutici della psicoanalisi è in definitiva di rafforzare l'Io, di renderlo più indipendente dal Super-io, di ampliare il suo campo percettivo e perfezionare la sua organizzazione, così che possa annettersi nuove zone dell'Es. Dove era l'Es, deve subentrare l'lo. E un'opera della civiltà, come ad esempio il prosciugamento dello Zuíderzee" (Introduzione alla psicoanalisi, cit., p. 190).

Accolta l'ipotesi di Schopenhauer, secondo cui noi siamo vissuti dalla natura che, come cieca pulsione, dirige ciò che facciamo e ciò che ci accade, Freud evita Goethe e Nietzsche per dar credito alla maschera, fino a trasformarla nel vero volto dell'individuo da contrapporre a quel senza-volto della natura che Goethe aveva così descritto:

"Natura! Da essa siamo circondati e avvinti - né ci è dato uscirne e penetrarvi più a fondo. Senza farsi pregare e senza avvertire, ci rapisce nel vortice della sua danza e si lascia andare con noi, finché siamo stanchi e le cadiamo dalle braccia. [... ] Il suo spettacolo è sempre nuovo, perché essa crea sempre nuovi spettatori. La vita è la sua invenzione più bella e la morte è il suo artificio per avere molta vita. Essa avvolge l'uomo nell'oscurità e lo sprona eternamente verso la luce [... 1 Non conosce né passato né futuro. Il presente è la sua eternità" ("La natura", in Teoria della natura, pp. 138~141).

Come il dionisiaco di Nietzsche, così la natura di Goethe ospita l'individuo come finzione. Scoperto l'inganno, Schopenhauer propone la rinuncia per non assecondare il gioco della volontà. Goethe e Nietzsche, invece, accettano il gioco e depongono ogni morale che sempre tende a instaurare un'individualità egoica, un "soggetto" da contrapporre all'incessante "poieticità" della natura, alla sua ininterrotta creazione. Di fronte a queste due vie, Freud tenta l'ipotesi più ardita: non la rinuncia ad assecondare il gioco (Schopenhauer) e neppure l'accettazione del gioco (Goethe e Nietzsche), ma la scoperta delle regole del gioco che obbliga la natura a cedere il "suo segreto".

Da Eraclito a Goethe, la natura ama nascondersi: "physis krúptesthai phileei" (Eraclito, fr. 123). Con Freud l'itinerario che si dischiude porta a scoprire il nascondimento segreto. L'ipotesi è illuministica, la categoria che la presiede è il progresso della civiltà sulla natura, la metafora che fa da sfondo è il colonialismo: "Dov'era l'Es, deve subentrare l'Io". Assoluta fiducia nella ragione e nella sua opera di colonizzazione. La morale che ne scaturisce non è più quella degli asceti, ma quella dei conquistatori. L'inconscio non è eterna creatività di forme, "spettacolo per sempre nuovi spettatori", ma landa da civilizzare, terra disponibile per le opere della ragione.

Il pessimismo di Schopenhauer, da cui Freud era partito per smascherare la trama delle motivazioni che l'individuo conscio dà del proprio pensare ed agire, si risolve nell'ottimismo della ragione che, scoperto il segreto della natura, non è più rappresentazione illusoria, ma struttura d'ordine che trasforma il caos in cosmo, la natura in cultura.

Con Freud nasce una morale del tutto nuova, regolata non più dall'ascesi, ma dal lavoro, dall'opera di civiltà. Il suo dover-essere non ha in vista un altro mondo, ma la colonizzazione di questo mondo, il suo ordinamento. La ragione umana, che era rappresentazione finché la natura conservava il suo segreto, ora diventa la verità del , "mondo" che è stato strappato alla "natura". Espansione del cosmo e riduzione del caos. Freud non ha scoperto l'inconscio, che se mai ha scoperto Schopenhauer; Freud ha scoperto le regole per aver ragione dell'inconscio; la sua "psicologia" è una celebrazione della potenza della ragione. Per Schopenhauer, l'ultima illusione.

(da --- U. Galimberti: Filosofia, storia del pensiero occidentale - pp. 1212-1216, Curcio)


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