Sigismondo Freddo (alias SIGMUND FREUD)

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L'Illusione di Dio, ovvero: L'Avvenire di un'Illusione

Dio Inc.
L’ILLUSIONE DI DIO ovvero
L’AVVENIRE DI UN’ILLUSIONE


A partire dagli anni Venti, in Freud crebbe sempre più la convinzione che la psicoanalisi fosse la chiave di volta per comprendere non solo alcuni aspetti della civiltà, ma l'origine e i caratteri della civiltà nel suo insieme.

Nel 1935 egli asserirà di essersi accorto ’che gli eventi della storia, gli influssi reciproci tra natura umana, sviluppo civile e quei sedimenti preistorici di cui la religione é il massimo esponente, altro non sono che il riflesso dei conflitti dinamici fra Io, Es e Super-io, studiati dalla psicoanalisi nel singolo individuo: sono gli stessi processi ripresi su uno scenario più ampio'.

Nel 1927, il pensatore austriaco aveva pubblicato L'avvenire di un'illusione, in cui affrontava la problematica della religione . Egli, analogamente a quanto diceva Nietzsche per la religione greca, scorgeva nella religione un insieme di rappresentazioni sorte dal bisogno di rendere sopportabile l'infelicità e la miseria umana. Essa svolgeva quindi una mansione positiva per alcuni individui, soprattutto l'aveva svolta in epoche passate, ma comportava costi assai elevati, in quanto finiva per essere dannosa per la mente e così Freud poteva dire che 'la religione é un narcotico con cui l'uomo controlla la sua angoscia, ma ottunde la sua mente'.

Di fronte alle critiche della scienza, la religione non era in grado di reggere per Freud, ma era destinata a rivelarsi sempre più come un'illusione e, quindi, a soccombere. In questo modo Freud si riallacciava alla tradizione illuministica, per un verso, della critica alla religione in nome della ragione e, per un altro verso, a quanto avevano detto, non molto tempo prima di Freud, Marx ('la religione é l'oppio del popolo') e Nietzsche ('Dio é una risposta grossolana, un'indelicatezza contro noi pensatori'). Al tempo stesso Freud precisava che la scienza moderna, proprio perchè consapevole dei propri limiti, non era un'illusione come la religione e che sarebbe stato pernicioso pretendere di ottenere per vie alternative ciò che essa non era in grado di fornire. Il messaggio che Freud ricavava da tali ragionamenti era che 'Se l'uomo distoglierà dall'aldilà le sue speranze e concentrerà sulla vita terrena tutte le forze rese così disponibili, riuscirà probabilmente a rendere la vita sopportabile per tutti e la civiltà non più oppressiva per alcuni'.

La trattazione più organica e generale lasciataci da Freud sulle radici psichiche della cultura e della società é contenuta in una delle sue ultime opere, intitolata Il disagio della civiltà (1930); Freud aveva già da tempo riconosciuto che uno dei princìpi psichici basilari é la pulsione di morte, che, proiettata all'esterno, si configura come pulsione di aggressività, ma lasciata completamente libera di esprimersi e di espandersi, potrebbe avere effetti devastanti e distruttivi. Per evitare questo pericolo, che comprometterebbe radicalmente la sopravvivenza dell'uomo, occorre che alla libido individuale siano sottratte energie per metterle a disposizione della società, cioè volte ad istruire e a rinsaldare i legami tra gli uomini: ed é su queste basi che si regge la civiltà . Essa non é altro che l'insieme delle realizzazioni e degli ordinamenti che distinguono la vita umana da quella dei suoi antenati animali; il fine di essa é sostanzialmente, come già diceva Hobbes, la salvaguardia degli uomini e della loro sopravvivenza, nelle loro relazioni con la natura e con i loro simili. A questo provvedono le tecniche, le norme igieniche e di convivenza, gli ordinamenti sociali e politici. Alla base di questa transizione dalla natura alla cultura vi é la sublimazione, cioè lo spostamento di energie libidiche dalle mete sessuali ad altri fini maggiormente apprezzati sul piano sociale, come l'arte, la cultura, l'illusione religiosa o l'amore del prossimo. Ma questo non implica una vittoria definitiva dell'eros e, di conseguenza, una scomparsa delle componenti aggressive nei rapporti fra gli uomini: la civiltà per Freud é e sempre sarà un 'campo di battaglia di forze contrapposte' , Eros e Thanatos.

Il primato del principio di realtà non elimina il principio del piacere, che sussiste e continua ad essere operante nell'apparato psichico e che si scontra con la realtà, la quale non appare costituita in modo da poter rendere felice l'uomo, cioè libero dal dolore e in grado di perseguire liberamente il piacere. Il fatto che una pulsione non possa essere soddisfatta produce frustrazione, la quale ha la sua prima genesi a partire dai divieti imposti da ordinamenti esterni all'individuo (divieto di incesto, di cannibalismo, di aggressività, ecc.). Questi divieti però sono progressivamente interiorizzati e fatti propri dal Super-io , che svolge dunque una mansione essenziale per l'esistenza della civiltà.

Questo significa che la base della morale é fondamentalmente istintiva e consiste, per lo più, nell'interiorizzazione dell'energia libidica per reprimere le pulsioni stesse. Ad alleviare il senso di frustrazione possono provvedere i processi di sublimazione, che, in quanto tali, non sono costretti da forze esterne a spostare le energie libidiche verso mete non sessuali, ma questo non elimina il fatto che alla base della civiltà ci siano una rinuncia e un sacrificio non solo di pulsioni sessuali, ma anche di aggressività. La repressione di tali pulsioni, indispensabile per la sopravvivenza, produce un grande dispendio di energia, in quanto per frenare le pulsioni aggressive l'individuo le getta dentro e le rivolge contro se stesso, dando luogo alla coscienza e al senso di colpa, che può restare inconscio, ma anche venire alla luce ed essere sentito come un disagio ineliminabile.



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Sigmund Freud
Sintesi di:
L’AVVENIRE DI UN’ILLUSIONE
di
Sigmund Freud


Nel 1927 il fondatore della psicanalisi dà alle stampe questo libro, uno degli attacchi più radicali rivolti alla religione dal libero pensiero di ispirazione scientista. Di fronte alle illusioni consolatorie che offendono la dignità degli uomini, di fronte ai miti irrazionali che ne mortificano l’intelligenza, Freud, qui sotto forma di dialogo con un credente, ribadisce la sua visione laica e scientifica del mondo, additando nell’investigazione razionale l’unica via per il progresso della civiltà.

• Si ha così l’impressione che la civiltà sia qualcosa che fu imposto a una maggioranza recalcitrante da una minoranza che aveva capito come impossessarsi del potere e dei mezzi di coercizione (p. 41).

• Quanto sperimentiamo in fatto di umana disonestà ha a che fare con la coercizione. Innumerevoli uomini civili, che indietreggerebbero inorriditi di fronte all’omicidio o all’incesto, se sono sicuri di rimanere impuniti, non si precludono il soddisfacimento della loro avidità, della loro smania aggressiva, delle loro bramosie sessuali e non si astengono dal danneggiare gli altri con la menzogna, l’inganno, la calunnia; e così è certamente stato sempre, fin dagli albori della civiltà (49).

• Ma non abbiamo ancora menzionato la parte forse più importante dell’inventario psichico di una civiltà. Si tratta, nel senso più lato, delle sue rappresentazioni religiose, ossia delle sue illusioni (52).

• Il popolo che per primo riuscì ad attuare una tale concentrazione di attributi divini fu non poco fiero di questo progresso. […] Ora, poiché Dio era uno solo, le relazioni con Lui potevano riacquistare l’intimità e l’intensità del rapporto fra il bambino e il padre (58).

• Un’illusione non è la stessa cosa di un errore, e non è nemmeno necessariamente un errore. […] Così le dottrine religiose sono tutte illusioni indimostrabili, sicché nessuno può essere costretto a considerarle vere, a crederci. […] Così come sono indimostrabili, sono anche inconfutabili. Non siamo abbastanza sapienti per accostarci ad esse con senso critico (73).

• Quando i problemi sono quelli della religione, gli uomini si rendono colpevoli di tutte le possibili insincerità e scorrettezze intellettuali. […] Prendere posizione riguardo al valore di verità delle dottrine religiose non rientra nel piano di questo studio (75).

• È innegabile che la psicoanalisi è una mia creazione e che essa è stata fatta oggetto di molta diffidenza e ostilità; se ora mi faccio avanti con affermazioni così sgradevoli, si sarà fin troppo pronti a scivolare dalla mia persona alla psicoanalisi […] Ma tutto ciò che ho detto qui contro il valore di verità delle religioni non aveva bisogno della psicoanalisi; è stato detto da altri molto prima che la psicoanalisi fosse inventata (79).

• Non è affatto sicuro che sotto l’illimitato dominio delle dottrine religiose gli uomini fossero più felici di oggi; certo non furono più morali. […] Nella religione l’immoralità ha trovato in tutti i tempi sostegno non meno della moralità (80).

• Ci rendiamo conto che il patrimonio delle rappresentazioni religiose comprende non solo appagamenti di desideri, ma anche importanti reminiscenze storiche. […] La religione sarebbe la nevrosi ossessiva universale dell’umanità; come quella del bambino, essa ha tratto origine dal complesso edipico, dalla relazione paterna (86).

• Le verità che le dottrine religiose contengono sono così deformate e sistematicamente mascherate, che la massa degli uomini non può riconoscerle come verità. È un caso analogo a quello che si ha quando raccontiamo al bambino che la cicogna porta i neonati. […] Nei nostri discorsi coi bambini siamo convinti che sia meglio omettere queste dissimulazioni simboliche della verità (88).

• Continuo a sostenere che per un certo aspetto il mio scritto è del tutto innocuo. Nessun credente si lascerà smarrire nella sua fede da questi o da analoghi argomenti. Un credente ha col contenuto della religione determinati legami di affezione (90).

• Mi conceda che siamo qui in presenza d’una speranza legittima per il futuro, che forse c’è da scoprire un tesoro che può arricchire la civiltà: ed è che vale la pena di tentare un’educazione irreligiosa.

Atrofia educativa. Penso che passerebbe molto tempo prima che un bambino non influenzato cominciasse a crearsi pensieri su Dio e sulle cose al di là di questo mondo. […] ma non si vuole attendere questo sviluppo, e gli si inculcano le dottrine religiose in un’età in cui egli non ha né interesse per esse, né la capacità di coglierne la portata. […] Ritardare lo sviluppo sessuale e anticipare l’influsso della religione: non sono questi i due cardini del programma dell’odierna pedagogia? (91)

• Il credente non si lascerebbe strappare la sua fede né tramite argomentazioni né tramite proibizioni. E se anche la cosa riuscisse nel caso di qualcuno, sarebbe una crudeltà. Chi per decenni ha preso sonniferi, naturalmente non può dormire se ne viene privato (92).

• Ma insisto su una differenza. Le mie illusioni - a prescindere dal fatto che non comportano alcuna punizione per chi non le condivide - non si sottraggono, come quelle religiose, alla rettifica, e non hanno carattere delirante.

• S’impone allora l’idea che la religione sia paragonabile a una nevrosi infantile, ed è abbastanza ottimista da supporre che l’umanità supererà tale fase nevrotica al modo stesso in cui, crescendo, molti bambini guariscono dalla loro analoga nevrosi (97).

• La voce dell’intelletto è fioca, è vero, ma non ha pace finché non ottiene udienza. […] Il primato dell’intelletto va collocato senz’altro in un futuro molto lontano, ma non infinitamente lontano (98).

• A lungo andare, nulla può resistere alla ragione all’esperienza, e l’opposizione della religione nei riguardi di entrambe è fin troppo evidente. Neanche le idee religiose purificate possono sottrarsi a tale destino, nella misura in cui vogliono salvare ancora qualcosa del contenuto consolatorio della religione (99).

• Lei deve difendere con tutte le Sue forze l’illusione religiosa; se questa viene screditata - e di fatto è abbastanza minacciata - il Suo universo crolla, non Le rimane che disperare di tutto, della civiltà e dell’avvenire dell’umanità.
Da tale schiavitù io sono, noi siamo, liberi… Essendo pronti a rinunciare a parte notevole dei nostri desideri infantili, possiamo tollerare che certune delle nostre aspettative si palesino illusorie.

• Crediamo che sulla realtà dell’universo tramite il lavoro scientifico si possa apprendere qualcosa, qualcosa che servirà ad accrescere il nostro potere e a governare l’esistenza. Se questa credenza è un’illusione, siamo nella Sua stessa condizione; tuttavia, grazie a numerosi e importanti successi, la scienza ci ha dato la prova di non essere un’illusione […] (99).

No, la nostra scienza non è un’illusione. Sarebbe invece un’illusione credere di poter ottenere da altre fonti ciò che essa non è in grado di darci.



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L'Occhio di Dio - Grande Fratello!
…e una recensione/saggio di

Mauro Mancia*:

RILEGGERE FREUD ALLA LUCE DELLA PSICOANALISI CONTEMPORANEA:
“L’AVVENIRE DI UN’ILLUSIONE” (1927)


[* Professor Emeritus of Neurophysiology – University of Milan
Training analyst of the Italian Psychoanalytical Society, Italy]





Questo scritto del 1927, tra i più illuministi del padre della Psicoanalisi rappresenta una commovente apologia della Scienza e una lezione di ottimismo per il futuro della Scienza e della ragione che potrebbero avere il sopravvento sull’irrazionale che è alla base della fede e delle rappresentazioni della religione. La convinzione che il futuro dell’umanità possa dipendere solo dalla Scienza è condensato nelle ultime righe di questo straordinario e coraggioso lavoro, che qui riporto: ”No, la nostra scienza non è un’illusione. Sarebbe invece un’illusione credere di poter ottenere da altre fonti ciò che essa non è in grado di darci.” Freud inizia la sua riflessione che prenderà presto lo stile del dialogo Socratico, ponendo il problema della conoscenza come fattore indispensabile alla vita dell’uomo, ”quanto meno si conosce del passato e del presente-egli afferma- tanto più incerto risulta il giudizio sull’avvenire” (pag. 435) e della storicizzazione della sua esperienza necessaria per esprimere giudizi, ” il presente deve essere diventato passato, affinché possano trarne punti fermi in base a cui giudicare il futuro” (pag.435). Ritorna poi ad un tema che sarà centrale a “Il disagio della civiltà” che scriverà tre anni dopo: la civiltà umana presenta due aspetti essenziali per la sua sopravvivenza, uno relativo alla conoscenza e al potere necessari a gestire le forze della natura, l’altro riguarda le norme e le leggi che regolano la convivenza tra umani. Gli uomini sono “naturalmente”nemici della civiltà in quanto quest’ultima impone loro dei sacrifici, primo fra tutti quello di rinunciare alle soddisfazioni pulsionali proprie per poter rendere possibile una vita in comune. Se dunque il singolo è nemico della civiltà, anche la civiltà produce ordinamenti e istituzioni il cui compito è quello di difendersi dai desideri del singolo. La civiltà dunque si edifica sulla coercizione e inibizione del soddisfacimento pulsionale del singolo. Anche se è indiscutibile che l’uomo ha fatto grandi progressi dall’antichità nella conquista della natura, non è altrettanto certo che esso sia stato in grado di regolamentare la convivenza con gli altri uomini. Al contrario, è convinzione di Freud che gli uomini posseggano un patrimonio genetico che si basa anche sulla distruttività e perciò su desideri antisociali e ostili alla civiltà stessa. E poiché la società è fatta dai singoli uomini, tendenze ostili sono presenti un ogni civiltà e ne determinano il comportamento. Il richiamo alla distruttività, che rimanda al Freud di “al di là del principio di piacere” e alla pulsione di morte, ci porta direttamente dall’aspetto materiale a quello psichico del problema. E qui Freud esprime un profondo pessimismo sulla capacità della massa che rappresenta la maggioranza di accettare, per il bene comune, la rinuncia al soddisfacimento pulsionale. Si tratta di passioni umane contro cui poco può la ragione e spesso le minoranze che hanno la responsabilità del comando concedono troppo ai desideri della massa, desideri che hanno la loro origine nell’infanzia. E’ a quest’ultima che la civiltà dovrà rivolgersi per consolidare le sue istituzioni, ma Freud è relativamente pessimista e teme che comunque una certa percentuale del genere umano non accetterà quei sacrifici che la società chiede rimanendo sempre asociale.




In questo secondo capitolo Freud sposta il focus del suo discorso dalla economia alla psicologia. Poiché dividere i beni comuni e costruire un modo per una pacifica convivenza non è soltanto una questione economica ma intervengono altri fattori di carattere psicologico, diventa necessario rivolgersi a quello che Freud chiama il” patrimonio spirituale della civiltà”. Tale patrimonio che si fonda sulla vita mentale di tutti i componenti di una società, non può non risentire dello stato delle loro emozioni e delle vicissitudini del processo di civilizzazione. Il divieto a soddisfare un desiderio produce una condizione di “privazione” che a sua volta è causa di” frustrazione”. Tale frustrazione è tanto più forte quanto più forti sono i desideri pulsionali e producono sentimenti di ostilità nei confronti della civiltà stessa. Ma quali sono i desideri più intensi, il cui divieto a soddisfarsi creano frustrazioni? Ritornando al pensiero di “Totem e Tabù”, Freud (1912-1913) dice che essi sono in sostanza tre: l’incesto, il cannibalismo e il desiderio di uccidere. Di questi il cannibalismo soltanto è vietato a tutti i componenti una civiltà, non l’incesto né l’omicidio lo sono in maniera radicale. Anzi quest’ultimo desiderio, in certe circostanze storiche è persino imposto come si può osservare nella guerra. Ma la nostra evoluzione ha prodotto una fondamentale trasformazione del rapporto tra singoli individui e società. Le proibizioni esterne sono state nel tempo interiorizzate dal singolo all’interno di un processo che ha portato alla formazione del suo Super-io, da cui si sono strutturate le istanze morali. Queste costituiscono il patrimonio psicologico più importante per la civiltà. Il processo di trasformazione descritto è di notevole rilievo per la Psicoanalisi in quanto è nell’infanzia che ha origine ed è quindi all’infanzia e all’educazione che la società dovrà il massimo di attenzione se vorrà preservare gli strumenti psicologici che permettono la conservazione del suo patrimonio. Ci sono tuttavia desideri e richieste pulsionali alla cui rinuncia la maggioranza degli uomini non pensa se non costretta da rigide regole esterne: ”Innumerevoli uomini civili - scrive Freud - che indietreggerebbero inorriditi di fronte all’omicidio o all’incesto, se sono sicuri di rimanere impuniti, non si precludono il soddisfacimento della loro avidità, della loro smania aggressiva, delle loro bramosie sessuali, e non si astengono dal danneggiare gli altri con la menzogna, l’inganno, la calunnia” (pag. 441-442). Se la civiltà, nella sua naturale evoluzione, non riesce a superare la fase in cui il bene e la soddisfazione di pochi danneggia la maggioranza dei suoi membri, è chiaro che questi ultimi svilupperanno una ostilità nei confronti della civiltà stessa e tenderanno a distruggerla. La difesa del patrimonio della civiltà consisterà allora non solo nella interiorizzazione da parte di ciascun membro delle norme e prescrizioni che possano coincidere con il loro proprio livello morale, ma anche in quel processo di sublimazione che condurrà alla creazione artistica che verrà a caratterizzare quella civiltà. E’ da queste creazioni artistiche che l’individuo trarrà la soddisfazione dei suoi desideri. Si tratta di un soddisfacimento che richiama l’ideale dell’Io di natura narcisistica di cui Freud (1914) ha parlato anni prima nell’”Introduzione al Narcisismo” e che si basa sull’orgoglio per il buon risultato raggiunto. Ma a questo punto nasce un problema: il soddisfacimento per essere completo necessita del confronto con altre civiltà che hanno perseguito gli ideali che gli sono propri. Nasce così un confronto da cui potrà nascere una competitività o anche un conflitto. Gli ideali di una civiltà diverranno causa di divisioni e inimicizie tra le diverse civiltà. Le guerre e i conflitti tra etnie , tra culture e tra nazioni cui abbiamo assistito fin dagli albori delle civiltà possono trovare una spiegazione in questa profonda riflessione psicologica. Riflessione da cui, io credo sia maturato il pensiero di Fornari (1964) che ha interpretato i conflitti tra civiltà e nazioni come l’espressione di una elaborazione paranoica del lutto che comporta una proiezione di aggressività all’esterno nel nemico e una coesione all’interno del gruppo stesso. Dice infatti Freud che le minoranze, in determinate circostanze possono essere affettivamente legate alle maggioranze e identificarsi con i loro ideali, permettendo così a molte civiltà, nonostante le ostilità, di durare a lungo e solidarizzare di fronte alle altre. A questo punto del suo discorso Freud ritorna sul valore sostitutivo della creazione artistica rispetto alla soddisfazione dei desideri del singolo e ai sacrifici da lui sostenuti in nome della civiltà stessa. E introduce il vero tema del suo scritto facendo un esplicito riferimento alle “rappresentazioni religiose” che costituiscono la parte di gran lunga più importante dell’”inventario psichico” di una civiltà. Entra cosi decisamente nel vivo del problema della religione intesa come legittimazione delle “illusioni” della civiltà.




L’incipit del terzo capitolo è una domanda che Freud si pone: “in che cosa risiede il valore specifico delle rappresentazioni religiose?” E si risponde con alcune riflessioni sulla libertà. Certamente se ci fosse una totale e piena libertà, se cioè volessi soddisfare ogni mio desiderio che possa danneggiare gli altri mi porrei un una condizione di “libertà” che danneggia gli altri e che oggi possiamo definire come “negativa”. Gli altri potrebbero comportarsi allo stesso modo per cui la loro stessa libertà diventerebbe “negativa” e in conflitto con la mia. Si rischierebbe una confusione tra le diverse libertà e soprattutto tra “libertà positiva e libertà negativa” (Berlin, 1969), il che sarebbe molto gravoso da sopportare e rischierebbe di mettere in crisi i fondamenti della civiltà stessa. Il compito infatti di quest’ultima è quello di difendere i singoli membri dalle insidie della natura e tra queste la possibile confusione tra le libertà sopra descritte. Ma la natura offre molte altre insidie, i misteriosi eventi naturali che possono assumere dimensioni catastrofiche, le malattie e infine l’enigma più inquietante e doloroso:la morte.”Con queste forze elementari- scrive Freud- la natura si erge contro di noi, immensa, crudele, spietata, e torna a porci dinanzi agli occhi l’inermità e l’impotenza da cui pensavamo di esserci sottratti mediante le opere della civiltà” (pag. 446). Tutto ciò aumenta le già naturali difficoltà della vita da sopportare per il singolo individuo. A creare queste difficoltà contribuisce la stessa civiltà che impone privazioni, le esigenze degli altri uomini , i danni prodotti dalla natura che si definiscono come Destino. Come l’uomo può proteggersi da queste forze che lo minacciano? Se è circondato da elementi ostili, se la morte stessa è una minaccia che viene senza apparente ragione da un Volontà maligna, cosa può fare un uomo con la sua ignoranza e impotenza? “Questa situazione - dice Freud - non rappresenta [...] nulla di nuovo, essa ha un prototipo infantile di cui, in verità, non è altro che la prosecuzione; già una volta ci siamo […] trovati altrettanto inermi, da bambini piccoli di fronte ai genitori, che avevamo ragione di temere, soprattutto il padre, benché fossimo sicuri della sua protezione” (pag. 447). E’ qui evidente lo spostamento che la riflessione psicologica freudiana compie, rimandando il rapporto dell’uomo con la civiltà e la natura alle prime esperienze infantili, alle prime paure, alle più precoci emozioni che sappiamo depositarsi in una memoria arcaica che condizionerà la vita affettiva e relazionale dell’uomo adulto, nonché il suo comportamento per tutta la vita. L’impotenza dell’uomo dunque perdurerà e cosi le sue paure e il suo doloroso sentimento di impotenza. Anche il suo desiderio di protezione e rassicurazione paterna perdureranno. E qui si assiste and uno straordinario passaggio del pensiero freudiano che attribuisce agli Dei le caratteristiche paterne. Essi diventano i rappresentanti simbolici del padre onnipotente che protegge i suoi figli assolvendo un triplice compito: controllare la natura ed esorcizzare i suoi terrori, negare l’enigma della morte e infine consolarli per le inevitabili sofferenze che la vita riserva loro. Ma gli Dei hanno anche altri compiti che riguardano ogni aspetto della vita umana. Essi compensano le manchevolezze e i mali della civiltà, si occupano delle sofferenze che gli uomini si infliggono reciprocamente, vigilano a che le norme e le leggi comuni siano rispettate. Quest’ultimo compito divino ha assunto nei tempi una particolare importanza in quanto gli uomini hanno finito per attribuire agli Dei anche la formulazione di norme civili. Ne è scaturita una confusione tra divinità e civiltà che ha permesso l’infiltrazione capillare delle rappresentazioni religiose nelle leggi che regolano il rapporto tra i componenti una società civile. Questo ha rappresentato l’inizio della crisi della laicità di cui soffrono molte nazioni anche moderne. Come questa operazione è stata possibile? Freud ritorna nel suo pensiero all’infanzia e ai suoi ricordi che hanno favorito la creazione di rappresentazioni capaci di rendere sopportabile la miseria e la sofferenza umana. Si tratta di una vera e propria strategia di sopravvivenza, una invenzione della mente umana che ha permesso a queste rappresentazioni di trasformare il senso della vita umana. “La vita in questo mondo – scrive Freud – serve ad uno scopo più alto, scopo che non è certo facile da indovinare, ma che sicuramente mira a un perfezionamento dell’essere umano. Oggetto di questa elevazione ed esaltazione deve probabilmente essere la parte spirituale dell’uomo, l’anima….Tutto ciò che accade in questo mondo è attuazione degli intenti di un’intelligenza a noi superiore, la quale […] volge da ultimo tutto al bene, cioè in modo per noi soddisfacente. Su ciascuno di noi veglia una Provvidenza benigna, solo apparentemente severa, la quale non consente che diventiamo il trastullo delle strapotenti e implacabili forze della natura; la morte stessa é […] l’inizio di un’esistenza nuova […]. Alla fine tutto il bene trova la sua ricompensa e tutto il male la sua punizione, se non già in questa forma della vita, nelle ulteriori esistenze che cominciano dopo la morte..” (pag. 449). Si tratta del rendersi evidente di un nucleo paterno della personalità identificato proiettivamente nella figura del Dio che si nascondeva dietro la rappresentazione interna paterna. E ”poiché Dio era uno solo, - precisa Freud - le relazioni con lui potevano riacquistare l’intimità e l’intensità del rapporto tra il bambino e il padre” (pag. 449). Tale processo centrale ad ogni discorso sulla religione implica che le rappresentazioni religiose siano andate incontro nei secoli a diverse trasformazioni in rapporto alle vicissitudini cui sono andate incontro le diverse civiltà. Esse hanno cioè mostrato una relativa “plasticità”, pur di mantenere il potere di essere considerate come il più alto valore che la civiltà ha da offrire ai suoi membri e come la fonte di sicurezza e protezione contro le avversità della vita, contro le sofferenze , le perdite e le malattie. “Gli uomini pensano di non poter sopportare la vita se a tali rappresentazioni non attribuiscono il valore che viene per esse rivendicato” (pag. 450). Ma alla fine di questo capitolo Freud si domanda: cosa sono queste rappresentazioni religiose alla luce dell’indagine psicologica? Da dove nasce il loro potere? Quale è il loro valore reale?




Per rispondere a queste domande piuttosto complesse, Freud si inventa un critico che dissente dalle sue idee con cui inizia un dialogo di tipo platonico, ponendo le critiche al suo pensiero e offrendo delle risposte. Premette al dialogo una considerazione, che le rappresentazioni religiose l’uomo se le trova di fronte, prodotte dalla civiltà come eredità di molte generazioni. Un processo dunque intergenerazionale che fa parte della storia di una specifica civiltà. Ma questo patrimonio di rappresentazioni arriva all’individuo come una rivelazione divina. Di fronte alla contestazione del suo contraddittore immaginario Freud si rivolge ai primordi dell’umanità e risponde che l’unica possibilità di pensiero riservata agli uomini primitivi era quella di proiettare il proprio essere fuori di se, nel mondo esterno e considerare gli eventi che osservava come se fossero simili a lui. Questo è il modello infantile cui l’uomo si conforma quando personifica le forze della natura, in un certo senso per conoscerle e dominarle. Questa modalità descritta da Freud presenta delle evidenti analogie con il concetto di identificazione proiettiva descritta dalla Klein nel 1946. E’ una modalità, inoltre, che permette di considerare l’uomo primitivo, al pari del nevrotico (e dello psicotico), vittima di un processo di simmetrizzazione che rimanda al pensiero di Matte-Blanco (1975; 1988) e alla sua elaborazione (Mancia, 2004a). L’interesse di queste analogie risiede nel fatto che l’uomo primitivo non ha scelta e usa la scissione e la identificazione proiettiva ripetendo modalità infantili precoci che partecipano alla strutturazione del suo inconscio non rimosso (Mancia 2003; 2004b; 2006). Alla critica dell’amico immaginario che, secondo “Totem e Tabù”, il bisogno religioso è legato alla relazione del figlio con il padre per cui Dio è il padre idealizzato, Freud risponde ritornando al suo concetto di totemismo, sul cui terreno nascono le proibizioni fondamentali della civiltà: incesto e omicidio. Ma il totemismo permette altre ipotesi: esso permette una connessione con la nascita delle religioni in quanto gli animali totemici sono trasformati dall’uomo, attraverso l’operazione proiettiva sopra descritta, in figure sacrali. “A lungo andare - precisa Freud - il dio animale non bastò più e venne sostituito dal Dio umano” (pag. 453). A questo punto del suo argomentare, Freud propone un collegamento tra le sue idee elaborate in “Totem e Tabù” e quelle qui discusse, riconducendo il bisogno che l’uomo adulto ha della religione alla inadeguatezza della sua infanzia. Questo è ai suoi occhi il maggior contributo che la Psicoanalisi può dare alla origine del sentimento religioso: riconoscere il contributo infantile dell’uomo alla sua motivazione manifesta. Freud non sembra interessato al ruolo della madre né a quello della coppia di genitori nel processo che conduce la parte infantile dell’uomo ad aver bisogno di rappresentazioni religiose. Di fatto nella funzione protettiva dell’infante, la madre è sostituita dal padre. Ma questo comporta l’inserimento del complesso di Edipo nel suo discorso teso a spiegare l’ambivalenza che si sviluppa nel bambino nei confronti del padre. “I segni di questa ambivalenza del rapporto paterno - dice Freud - sono profondamente impressi in tutte le religioni” (pag. 454). L’adulto sarà sempre condizionato dalla parte infantile della sua personalità che vive la necessità di tutelarsi contro pericolose potenze non conosciute. Come difesa identifica queste misteriose potenze con la figura paterna, una modalità di identificazione proiettiva di parti interne che rappresentano il padre in una figura idealizzata esterna a sé verso la quale vive gli stessi sentimenti ambivalenti vissuti nell’infanzia verso il padre. Questa operazione gli permette di affidarsi ad essa che diventa la divinità cui è possibile affidarsi per essere protetti. La difesa infantile rispetto a queste potenze sconosciute e inquietanti è l’essenza dunque della religione.




Freud riprende in questo capitolo le domande che si era posto alla fine del terzo capitolo: qual è il significato psicologico delle rappresentazioni religiose? Esse sono caratterizzate da assiomi e asserzioni che richiedono da parte dell’uomo un atto di fede. Questi assiomi e asserzioni sono così importanti per le questioni che riguardano la vita umana che non possono non costringerci ad attribuire loro un valore molto importante. Freud ricorre con il pensiero ad una sua esperienza significativa di molti anni prima: il suo viaggio sul colle dell’Acropoli di Atene. In quella occasione, di fronte alle emozioni che la vista dell’Acropoli gli aveva procurato dice a se stesso: “Quanto superficiale e debole doveva essere stata allora la mia fede nell’effettiva verità di ciò che ascoltavo (a scuola), se ora potevo essere così stupito!” (pag. 455). Il suo pensiero collega così l’emozione ad un atto di fede, riconoscendo le analogie tra quella esperienza di un tempo e il coinvolgimento che gli assiomi religiosi possono procurare, tali da giustificare una credenza in loro per un atto di fede. E riflette sulle ragioni che possono giustificare la fede e la credibilità di cui godono le dottrine religiose: a) meritano fede perché i nostri antenati ci hanno creduto; b) ci sono le prove che gli antenati stessi ci hanno tramandato; c) è proibito, per le credenze che dominano una cultura, avere idee diverse e porre persino il problema della convalida delle idee dominanti. Queste ragioni sono una ad una smontate da Freud. La terza è facilmente criticabile: il divieto può esprimere la consapevolezza che le dottrine religiose abbiano una fondatezza; le altre che richiedono un atto di fede perché i nostri remoti antenati ci hanno creduto, ignorano il fatto che questi antenati erano molto più ignoranti di noi e che quindi anche le loro dottrine risentissero di questa loro ignoranza. Ora non abbiamo difficoltà a riconoscere nelle dottrine religiose affermazioni piene di contraddizioni, assurdità, rielaborazioni, falsificazioni e storie non verificabili. Esse traggono origine dalla “rivelazione” divina, il che non garantisce nessuna credibilità dal momento che “nessuna proposizione può provare sé stessa “ (pag. 457). Una lettura critica dell’enciclica di Giovanni Paolo II, “Fede e ragione”, offre molti esempi di assurdità e falsificazioni mascherate dal riferimento dogmatico alla “rivelazione”. Freud riconosce che anche gli avi possono aver avuto dei dubbi e che gli “spiritisti” hanno tentato di sottrarre al dubbio una parte del sistema religioso sostenendo la sopravvivenza alla morte dell’anima individuale. Purtroppo, commenta Freud, gli spiritisti non si rendono conto che le manifestazioni dei loro spiriti sono la proiezione della loro realtà psichica. Un fenomeno di identificazione proiettiva comune a tutte le credenze religiose. Esistono poi altri tentativi per eludere il problema: il primo è il “credo quia absurdum” dei Padri della chiesa che sottolineano la incompatibilità della fede con la ragione. Per loro le dottrine religiose sono vere perché si sottraggono alla logica e alla ragione. Hanno cioè una loro logica che non corrisponde alla logica aristotelica ma che può essere colta interiormente. Ma – si domanda Freud- “posso essere obbligato a credere ad ogni assurdità?...... Non esistono istanze al di sopra della ragione” (pag. 458). Il secondo tentativo è quello che spinge l’individuo a comportarsi “come se” prestasse fede alle finzioni assurde proposte dalle dottrine religiose. Tuttavia, nonostante la mancanza di ragionevoli prove e convalide le rappresentazioni religiose hanno dominato nei tempi il pensiero e le emozioni dell’umanità. Non possiamo non domandarci, con Freud, in cosa risieda la forza di queste dottrine e da cosa dipenda il potere che hanno al di là della razionalità. Questa è una questione centrale al problema religioso, cui Freud cerca una risposta prendendo in considerazione la genesi psichica delle rappresentazioni religiose stesse.




Forse la genesi delle rappresentazioni religiose è da ricercare nel fatto che esse sono “illusioni, appagamenti dei desideri più antichi, più forti, più pressanti dell’umanità” (pag. 460). I desideri, il bisogno di protezione per la percezione di impotenza che l’uomo vive anche da adulto rimanda alla sua infanzia, alla sua impotenza e al suo bisogno di protezione tramite l’amore. La figura del padre ritorna alla sua mente e così il bisogno di protezione da parte di un padre idealizzato e reso ai suoi occhi onnipotente. Nasce così l’idea di una Provvidenza divina capace di placare le sue angosce di fronte al senso e ai pericoli della vita, di istituire un ordine morale universale e di promulgare leggi che plachino il suo bisogno di giustizia. Ma il compito più pregnante e atteso è quello di prolungare l’esistenza terrena promettendo, malgrado le evidenze contrarie, una vita futura dopo la morte in cui i desideri rimasti inappagati in questa vita potranno finalmente trovare un appagamento. La negazione della morte costituisce un motivo di grande attrazione inconscia per l’uomo. Essa infatti risponde in parte anche ai grandi interrogativi enigmatici che l’esistenza pone, come quelli relativi all’origine dell’universo, del perché viviamo, della relazione tra il corpo e l’anima. La religione viene a porsi così come un potente “sistema illusorio” che dà sollievo ai conflitti e alle paure infantili e propone per essi soluzioni che riscuotono un consenso universale. Freud si pone il problema di che cosa è una “illusione” differenziandola dall’errore. Porta come esempio l’illusione di Colombo che credeva di aver scoperto una nuova rotta per le Indie, una illusione questa che aveva una stretta relazione con il suo desiderio; o la credenza che il bambino sia privo di desideri sessuali. “Caratteristico dell’illusione è il suo derivare dai desideri umani - sentenzia Freud -; sotto questo profilo essa si avvicina alle idee deliranti note alla psichiatria” (pag. 461). Le dottrine religiose sono delle illusioni indimostrabili, inverosimili e del tutto antitetiche a tutto ciò che abbiamo da sempre considerato la realtà dell’universo. Per questo possono essere paragonate alle idee deliranti. Inoltre sono idee inconfutabili, esattamente il contrario della scienza, l’unica che possa condurci alla conoscenza obiettiva della realtà esterna. Ma c’è di più: quando sono immersi nei problemi illusori della religione, gli uomini possono diventare non sinceri e scorretti e i filosofi si approfittano di ciò estendendo a loro piacere il significato delle parole chiamando “Dio” un’astrazione vaga. Si può pensare che credere in questo Dio significhi essere profondamente religioso e ammettere la propria piccolezza ed impotenza. Ma - commenta Freud - il sentimento umano che costituisce l’essenza della religiosità non è questo ma la reazione e la difesa rispetto a questo sentimento. E’ da notare qui che Freud riprende il concetto di “religiosità” che Roman Rolland gli aveva suggerito e di cui parla ne “Il disagio della civiltà”, senza tuttavia cogliere il senso più profondo che forse Rolland voleva conferirgli. Per Freud chi si rassegna al ruolo più insignificante nel mondo è lui l’irreligioso. E quasi per paradosso ammette che sarebbe bello se davvero ci fosse un Dio che pensi a creare l’universo e a regolarne la vita con un ordine morale e negando la morte. Sarebbe tuttavia quanto meno strano che tutto ciò corrisponda esattamente a ciò che tutti gli uomini desiderano, e sarebbe ancora più strano che già i nostri ignoranti antenati fossero riusciti a chiarire questi enigmi dell’universo.




Prima che il suo interlocutore immaginario potesse fargli delle obiezioni, Freud si domanda se anche le istituzioni e ordinamenti statali o se le stesse relazioni amorose e sessuali non siano viziate da un carattere illusorio. E si pone anche la domanda retorica se non ci sia qualcosa di più importante, per conoscere la realtà esterna, dell’osservazione e del pensiero scientifico. Ma l’avversario immaginario insiste nel considerare le dottrine religiose come la base su cui si fonda la nostra civiltà, essendo la religione stessa la verità cui gli uomini credono. E non potrebbe che essere così, dal momento che se non esistesse alcun Dio giusto e onnipotente, ogni uomo si sentirebbe esentato dall’obbligo di osservare i precetti della civiltà e si considererebbe libero di esaudire tutti i suoi desideri, confondendo libertà positiva e libertà negativa creando una confusione tale da annullare il lavoro di civilizzazione fatto nei secoli. Inoltre la maggior parte degli uomini trovano un fondamentale conforto nella religione e non riuscirebbero ad affrontare le difficoltà della vita senza il suo aiuto. Da questo punto di vista la scienza non può bastare all’umanità ad affrontare le sue paure. Essa rappresenta un nutrimento troppo intellettuale per gestire le emozioni e le pulsioni dell’uomo. Freud risponde al suo interlocutore usando l’arma della leggerezza e dell’ironia. Ma con fermezza ribadisce la sua convinzione che l’atteggiamento umano verso la religione costituisce un pericolo maggiore di altri atteggiamenti verso la realtà. E con ironia afferma che ai tempi dell’Inquisizione le sue idee gli avrebbero certamente abbreviato la vita e messo in condizione di sperimentare personalmente la vita dell’aldilà. E’ consapevole dell’ ostilità e della diffidenza che la sua creatura, la Psicoanalisi, ha suscitato nella società ed appare preoccupato che le idee espresse sulla religione possano giustificare l’inevitabile attacco alla sua disciplina.”Adesso si vede – diranno - dove va a parare la psicoanalisi. La maschera è caduta;essa conduce, come abbiamo sempre sospettato, alla negazione di Dio e dell’ideale morale” (pag. 466). Ma la Psicoanalisi in realtà, ribadisce Freud è un metodo di ricerca e come tale è imparziale. Se tale metodo rivela verità che contraddicono le verità della religione, tanto peggio per quest’ultima. D’altra parte, anche se è innegabile che la religione ha contribuito a stabilizzare in parte il processo di civilizzazione, è anche vero che non è riuscita a rendere felice la maggioranza degli uomini. Che anzi in gran numero è infelice e insoddisfatto della civiltà. E anche nell’antichità gli uomini non erano più felici di oggi né più morali. Essi avevano imparato a esteriorizzare le prescrizioni religiose di fatto vanificandole; peccavano ma dopo una penitenza erano pronti a peccare di nuovo, e il peccato è indispensabile alla religione ponendosi come opera grata a Dio. Ciò fa pensare che la religione abbia fatto grandi concessioni alla natura pulsionale dell’uomo per cui , in essa l’immoralità ha trovato sostegno non meno della moralità. In conclusione Freud si domanda se l’indispensabilità della religione per il genere umano non sia stata, nei tempi, sopravvalutata. La critica ha messo in crisi la forza probante dei documenti religiosi mentre la scienza ha messo in luce gli errori che essi contengono. La ricerca comparata ha inoltre messo in evidenza le analogie tra le rappresentazioni religiose e le produzioni spirituali dei popoli primitivi. Esiste poi un fatto incontrovertibile: tanto maggiore è la conoscenza e la cultura di un popolo, tanto maggiore il suo rifiuto della fede religiosa, delle sue assurdità e delle sue premesse fondamentali. E qui Freud ci rassicura che la civiltà non ha nulla da temere dagli uomini colti e dagli intellettuali che sono in grado di sostituire i motivi religiosi con motivi laici e in questa misura si pongono come portatori di civiltà. Sono le persone incolte e oppresse che hanno motivi per opporsi alla civiltà. Ma “ tutto va bene – scrive Freud - finché non si accorgono che non si crede più in Dio. Ma prima o poi dovranno pur accorgersene…” (pag.469). Questi individui saranno pronti ad accettare ed usare i risultati della scienza senza però accettare quella trasformazione della loro mente che il pensiero scientifico può indurre in loro. Se dunque è vero che senza Dio l’uomo non rispetta le regole della civiltà, dovremo allora fare in modo che queste masse pericolose siano tenute a freno risvegliando in loro la ragione, oppure dovremo rivedere radicalmente il rapporto che la civiltà ha con la religione.




Freud si collega in questo capitolo alla proposizione fatta alla fine del capitolo precedente. E si domanda se sia possibile attuare il progetto di modificare il rapporto che la civiltà ha con la religione. E porta l’esempio di san Bonifacio che abbattè l’albero totemico dei Sassoni. Tutti si aspettavano qualche evento terribile come vendetta per il crimine commesso. E invece non accadde nulla e i Sassoni accettarono il battesimo. Dunque ci voleva proprio un santo per ottenere una prova scientifica della inconsistenza di questo pregiudizio pagano. La civiltà pone essa stessa delle norme di autoregolazione che impediscono , ad esempio, il delitto e la trasgressione grave. Chi uccide può aspettarsi la vendetta ed essere a sua volta ucciso. “Il rischio che incombe sulla vita individuale, - dice Freud - da tutti ugualmente avvertito, fa dunque sì che gli uomini si riuniscano in società; questa vieta poi all’individuo di uccidere riservandosi il diritto di uccidere, solidalmente, chi trasgredisce il divieto. Nascono così la giustizia e la sanzione”(pag. 470). Anche in questa elaborazione che investe il piano sociologico, Freud non fa alcun riferimento al potere della “religiosità” individuale come organizzazione interna inconscia oltre che cosciente che partecipa alla creazione di norme morali e di giustizia che fondano la società. Il divieto civile, ad esempio di uccidere, non è solo frutto del processo di civilizzazione, ma anche indirettamente della “religiosità” di ciascun individuo che si può ricondurre a rappresentazioni interne delle figure più significative della sua infanzia, prime fra tutte quelle dei suoi genitori. Le credenze religiose che investono una società negano questo fondamento razionale che impedisce l’assassinio o la trasgressione grave delle regole e norme morali, affermando che è stato Dio e non l’uomo a promulgare quelle regole e norme morali. Così facendo il divieto che la civiltà ha emanato viene idealizzato e rivestito di una particolare solennità, ma la responsabilità dell’uomo relativo al rispetto di quel divieto viene fortemente ridotta in quanto resa dipendente dalla fede in Dio. Il divieto civile viene allora “sacralizzato”, acquisisce un carattere di “santità”, di inviolabilità, come se venisse dall’al di là e si estende dai divieti più importanti a tutti gli ordinamenti che regolano la vita civile. Anche se Freud non ne fa menzione, credo sia importante riportare questo processo di sacralizzazione delle norme civili alle figure interne che dall’infanzia hanno acquisito una dimensione sacrale e che hanno partecipato alla formazione del nostro patrimonio di “religiosità” cosciente e inconscia Questa situazione interna verrebbe a facilitare la santificazione delle norme morali che riguardano ciascun individuo attraverso un processo di identificazione proiettiva con le norme divine che riguardano Dio, la religione e la fede in lui. Freud a questo punto del suo discorso esprime tutto il suo illuminismo utopico suggerendo all’umanità la necessità di “lasciare Dio del tutto fuori dal gioco e ammettere onestamente l’origine puramente umana di tutti gli ordinamenti e di tutte le norme della civiltà” (pag.471). Solo così gli uomini si renderebbero responsabili delle leggi da essi promulgate e capirebbero che esse riguardano i loro stessi interessi e si potrebbero adoperare per migliorarle. Questo sarebbe un grande salto nel processo della civiltà. E’ interessante ricordare qui come uno psicoanalista contemporaneo come Elliot Jacques (1970) molto sensibile ai problemi sociali e del lavoro, abbia ricondotto l’origine delle norme e delle leggi civili ad un processo difensivo dell’umanità rispetto alle sue ansie persecutorie e depressive. Ansie che riconducono l’uomo alla sua infanzia, alle sue paure e ansie e alle sue “posizioni” (schizo-paranoide e depressiva) dell’infanzia. Nel seguire il suo pensiero, l’ottimismo di Freud si ridimensiona come per un suo improvviso scrupolo. E si domanda se la descrizione appena fatta del divieto di uccidere corrisponde o meno alla verità storica. Si risponde che forse non corrisponde e che potrebbe essere frutto di una costruzione razionalistica, dal momento che non si può disconoscere che la razionalità può ben poco contro la forza delle pulsioni. E giustifica questa affermazione ricuperando le sue intuizioni di Totem e Tabù, in cui i fratelli uniti uccisero il padre primigenio, atto che produsse una reazione emotiva enorme e gravida di conseguenze. Da esso derivò la norma “non uccidere” che nel totemismo era limitato al padre che in seguito si trasformò nell’immagine originaria di Dio. “E l’attribuzione del volere umano a Dio è giusta: gli uomini sapevano di essersi sbarazzati con la violenza del padre, e, nel reagire all’oltraggio commesso, si proposero di rispettarne da allora in poi il volere” (pag.472). Così commenta Freud ammettendo dunque che la dottrina religiosa ci comunica la verità storica, per cui le rappresentazioni religiose non solo riguardano l’appagamento di desideri ma anche importanti reminiscenze storiche. Il potere della religione può anche essere collegato a questa sua capacità di far convergere passato e futuro. Ma il passato di una civiltà rimanda al passato di ciascun individuo e quindi alla sua infanzia, quando il bambino non può reprimere con la sua ragione e volontà le proprie esigenze pulsionali ed è costretto alla rimozione, che di regola è fonte di angoscia. [E’ interessante notare qui, per inciso, che Freud distingue la repressione (cosciente e volontaria) dalla rimozione (inconscia) anche se si riferisce all’infanzia precoce, periodo della vita in cui la rimozione non può aver luogo (Mancia, 2004b).] In analogia con quanto avviene nel bambino l’umanità passa attraverso delle fasi in cui è costretta alla rinuncia pulsionale in virtù di forze affettive. Le conseguenze di questi processi analoghi alla rimozione che sono avvenuti in tempi remotissimi hanno condizionato lo sviluppo della civiltà per molto tempo. Questo permette a Freud di affermare che “ La religione sarebbe la nevrosi ossessiva universale dell’umanità; come quella del bambino, essa ha tratto origine dal complesso edipico, dalla relazione paterna” (pag. 473). Straordinaria intuizione questa, anche se limitata al complesso di Edipo. E’ ovvio che Freud non poteva non riferirsi all’Edipo dal momento che non conosceva i processi precoci della relazione primaria fondati sulle emozioni e affetti depositati nella memoria implicita e fondanti l’inconscio non rimosso. Sulla base di questo discorso Freud sembra stranamente ottimista nel prevedere l’abbandono della religione da parte dell’umanità per l’inesorabile fatalità di ogni processo di crescita. Riconosce tuttavia che la religione non è soltanto una nevrosi ossessiva individuale ma anche un efficiente sistema illusorio che si caratterizza per una negazione della realtà simile a quella che accompagna l’amenza (leggi psicosi?) e lo stato confusivo di natura allucinatoria. Il credente è di fatto protetto dal pericolo di una sofferenza nevrotica individuale accettando una nevrosi (leggi psicosi?) universale. Ne consegue che i dogmi religiosi possono essere considerati alla stregua di “relitti” nevrotici, ma questa ipotesi comporta che “ è arrivato probabilmente il momento, – auspica un po’ ottimisticamente Freud – come avviene nel trattamento analitico del nevrotico, di sostituire gli esiti della rimozione con i risultati del lavoro razionale della nostra mente” (pag. 474). Freud propone a questo punto un compito di tipo pedagogico, con lo scopo di riconciliare gli uomini con la civiltà, considerato che le verità contenute nelle dottrine religiose sono così deformate, mascherate e manipolate che gli uomini nella loro maggioranza non potranno più riconoscerle come verità. E per giustificare questo ottimismo crea una analogia con le mascherate verità che si narrano ai bambini quando si racconta loro che la cicogna porta i neonati. A parte la simbologia dell’uccello che il bambino non può cogliere, egli si sente ingannato e perde fiducia negli adulti. Freud così conclude “Siamo giunti alla convinzione che sia meglio omettere nei nostri discorsi coi bambini queste dissimulazioni simboliche della verità e non sottrarre ad essi la conoscenza di circostanze di fatto reali, pur adattandole al loro livello intellettuale” (pag. 474).




Freud riprende in questo capitolo il colloquio con il suo critico immaginario che lo accusa di contraddirsi e di pretendere la trasformazione del credente in un miscredente. E gli ricorda i vari fallimenti che le sue idee hanno avuto nella storia. Cita infatti la rivoluzione francese e Robespierre e la più recente rivoluzione russa di cui è possibile un fallimento. Da questi episodi storici sappiamo che l’uomo non può fare a meno della religione. E rimprovera Freud accusandolo di preoccuparsi più di liberare l’uomo dalla nevrosi che delle conseguenze che possono derivarne. La risposta di Freud al suo compagno immaginario (la sua parte più emozionale dialetticamente critica con la sua parte razionale) è garbata ma resta in linea con la precedente argomentazione. Ammette che il credente stabilisce con la religione un legame affettivo e si fa intimidire dalle sue minacce che egli teme. Propone di vedere la religione come un fenomeno “indotto” dalla società civile, per cui è possibile che gli individui cessino di temerla quando si accorgono che anche altri non la temono. Tutto dipende dalla educazione che plasma la personalità e il carattere dell’individuo e lo condiziona a determinate credenze religiose. Porta poi l’esempio antropologico di quei popoli che sono soliti fasciare la testa ai bambini fin da quando sono piccoli. Per analogia domanda al suo interlocutore: “non ritiene possibile che una parte notevole di responsabilità per questa relativa atrofia spetti proprio all’educazione religiosa? […] Ritardare lo sviluppo sessuale e anticipare l’influsso della religione: non sono questi i due cardini del programma dell’odierna pedagogia?” (pag. 476). Il tono polemico di Freud non si arresta qui e la sua critica alla religione continua in una forma piuttosto radicale quando scrive: “Se qualcuno giunge al punto da accettare acriticamente tutte le assurdità che gli vengono propinate dalle dottrine religiose, e neppure si accorge che esse si contraddicono a vicenda, non c’è molto da stupirsi per la sua debolezza intellettuale” (pag. 477). Il problema resta quello della educazione e dei condizionamenti precoci che una civiltà impone ai suoi membri fin da piccoli. Giustamente Freud conferisce qui una grande importanza ai primi anni di vita in cui si assiste ad una inibizione cui è sottoposto il bambino di ambo i sessi a rivolgere il proprio pensiero alle cose sessuali. Sappiamo ora quanto importante questo atteggiamento educativo è in quanto in età precoce le emozioni che possono scaturirne sono depositate in un sistema della memoria implicita che non permette il ricordo ma che continua a condizionare la vita affettiva, cognitiva e sessuale dell’adulto determinandone le credenze, i pregiudizi e infine il comportamento. Dopo la polemica, Freud è prudentemente critico verso il proprio pensiero e si domanda se non sia esso stesso fonte di una possibile illusione. Sembra persino rassegnato ammettendo che voler eliminare la religione violentemente e di colpo può apparire un’ impresa disperata, dal momento che il credente non accetterà mai di abbandonare la sua fede. E usa una metafora forte che ci riconduce alla immagine di una religione “oppio dei popoli”: “Chi per decenni ha preso sonniferi, naturalmente non può dormire se ne viene privato” (pag. 478). All’obiezione che l’uomo non può assolutamente fare a meno della illusione religiosa poiché senza di essa non sopporterebbe le sofferenze della vita ed il peso della realtà, Freud risponde:” Si, non ne può fare a meno l’uomo cui fin dall’infanzia Lei ha istillato il dolce – o dolceamaro – veleno” (pag. 478). Chi non avrà assunto questo veleno si troverà in una situazione difficile poiché dovrà ridimensionare la sua onnipotenza infantile e ammettere a se stesso la sua impotenza. Dovrà anche cessare di sentirsi al centro dell’universo e oggetto privilegiato delle attenzioni di una Provvidenza benigna. Sarà anche costretto alla separazione dalle figure genitoriali protettrici e affrontare le ansie della maturità, accettando l’educazione alla realtà. Freud ritorna qui ad essere l’illuminista di un tempo che crede nel potere del pensiero e della ragione, rappresentato qui dal paradigma sociale e pedagogico che propone: “educare alla realtà”, una straordinaria espressione che condensa il ruolo insostituibile del pensiero e della ragione contro l’irrazionalità della fede. Egli appare anche ottimista riguardo alle potenzialità mentali dell’uomo al quale la scienza ha insegnato molte cose, soprattutto a distogliere le sue speranze dall’aldilà e concentrarle su questa terra e su questa vita così da renderla più sopportabile per se stesso e per la comunità cui egli appartiene. E conclude questo capitolo con uno splendido verso del poeta Heine : “Il Cielo abbandoniamolo / Agli angeli ed ai passeri”.


10°

Le argomentazioni con il presunto interlocutore diventano, in questo ultimo capitolo, particolarmente serrate. Il critico accusa Freud di aver scambiato i loro ruoli: lui diventa il sognatore che si lascia sedurre dalle illusioni, il critico appare come il sostenitore della ragione. E le illusioni di cui Freud sarebbe vittima esprimono l’influsso dei suoi desideri e le sue speranze. Queste riguardano la convinzione che le generazioni non educate alle dottrine religiose fin dalla tenera infanzia, possano essere in grado di gestire le proprie pulsioni con l’aiuto della ragione. Ma queste idee sono l’essenza dell’illusione! E mette in guardia Freud dicendogli che chiunque voglia abolire le dottrine religiose nella nostra civiltà si troverebbe costretto a sostituirle con idee analoghe per sacralità, rigidità e intolleranza. Qualsiasi dottrina imposta nell’educazione del bambino porrà limiti al pensiero dell’uomo maturo creando quella situazione che Freud rimprovera alla religione. A questo punto una dottrina sembra equivalere ad un’altra e tanto vale mantenere il sistema religioso già sperimentato da secoli anziché affidarsi ad altre dottrine da sperimentare. E questo in virtù della forza consolatoria e appagatrice di desideri che il sistema religioso ha e che Freud pretende di considerare alla stregua di una illusione. L’interlocutore insiste poi su un altro punto: la dottrina religiosa offre il vantaggio di possedere una certa “plasticità” adattandosi alle diverse civiltà e facendo da cuscinetto che evita la frattura tra le masse incolte e la classe di pensatori colti. La conclusione dell’oppositore è dunque questa: lei sta tentando di sostituire una “illusione” già sperimentata e ben funzionante con un’altra “illusione” non sperimentata e di cui non conosciamo il valore. Freud è prudente nella sua risposta. Ammette che le sue speranze possano essere illusorie ma aggiunge che esse non si sottraggono alla verifica, non sono dogmatiche e sono aderenti alla realtà, pertanto non hanno carattere delirante come invece hanno le dottrine religiose. Inoltre, basandosi su l’analogia tra i processi di sviluppo del singolo individuo e le trasformazioni cui va incontro la società civilizzata avanza l’ipotesi che l’umanità, con il tempo, possa superare la fase nevrotica di credenze religiose come molti bambini che crescendo superano la loro nevrosi infantile. La conoscenza di queste nostre parti infantili ci mette nella condizione di tollerare anche le eventuali illusioni. La voce della ragione è fioca - scrive con convinzione Freud - ma non ha pace finché non viene ascoltata. E’ un momento di lucido ottimismo che alimenta la fiducia di Freud per il futuro dell’umanità: “Il primato dell’intelletto va collocato senz’altro in un futuro molto, molto lontano, ma probabilmente non infinitamente lontano” (pag. 482). La convinzione che niente possa resistere, nel tempo alla forza della ragione, permette a Freud di affermare che le dottrine religiose che si oppongono alla ragione e alimentano l’irrazionalità, saranno lasciate cadere, anche se le prime formazioni sostitutive potranno dimostrarsi instabili e insoddisfacenti. Se tuttavia si crede nell’esistenza di un “essere superiore”, con caratteristiche indefinibili, con compiti fumosi anche se straordinari, un essere che sfugge ad ogni verifica, allora si è fuori di ogni posizione scientifica e pertanto da ogni obiezione che possa fare la scienza. Ma, a lungo andare gli uomini perderanno interesse per queste credenze. (Viene da chiedersi qui se Freud non sia stato troppo ottimista ed eccessivamente fiducioso nella capacità dell’uomo di usare la ragione per gestire le sue emozioni. E se non sia proprio questo carattere di inconoscibilità e indefinibilità dell’”essere superiore” a costituire l’oggetto privilegiato in cui l’uomo può identificare proiettivamente le proprie parti inconsce infantili inconoscibili e idealizzate). E’ chiaro che l’uomo credente deve difendere l’illusione religiosa per il fatto che se questa è screditata tutto il suo mondo crolla, un condizionamento questo che toglie all’uomo ogni libertà di giudizio. Da questa schiavitù - dice Freud - l’uomo razionale è libero, ed essendo pronto a rinunciare al soddisfacimento di alcuni desideri infantili, sarà in grado di tollerare che alcune sue aspettative possano rivelarsi illusorie. C’è poi un altro aspetto da considerare e cioè che il lavoro scientifico permette di apprendere cose che la fede non può permettere. La scienza aumenta la nostra conoscenza e quindi il nostro potere che ci consentirà di meglio gestire la nostra esistenza. Anche se esiste sempre il pericolo dell’illusione, la scienza ha avuto così tanti successi da garantire di non essere un’illusione. Questo spiega i nemici che la scienza ha in quanto non le perdonano di aver indebolito la fede religiosa. E anche se molte conoscenze restano nel buio, bisogna ricordare che la scienza è giovane e l’intelletto umano ha avuto poco tempo a disposizione per usarla e per affrontare i compiti che essa pone. Se poi dovessimo criticare la scienza perché enuncia oggi una legge che domani verrà sostituita, dovremo sapere che i cambiamenti cui va incontro la ricerca scientifica rappresentano la sua forza e vitalità e sono indice di progresso e sviluppo. Un pensiero questo che anticipa quello di Popper della confutabilità delle teorie quale garanzia della loro scientificità. La natura dell’universo – dice Freud - deve potersi riferire alle nostre percezioni, essere parte delle nostre funzioni mentali, altrimenti è una vuota astrazione, priva di valore pratico. E termina questo coraggioso saggio con la sentenza che ho ripreso come incipit del mio scritto: “No, la nostra scienza non è un’illusione. Sarebbe invece un’illusione credere di poter ottenere da altre fonti ciò che essa non è in grado di darci” (pag. 485).

~Mauro Mancia


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Bibliografia


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