Sigismondo Freddo (alias SIGMUND FREUD)

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In analisi da Freud

Freud modernistDA: Scienza e Psicoanalisi (2003)


A Freud non risultò semplice codificare le sue continue scoperte, anche perché la tecnica di indagine psicoanalitica, come sappiamo, subì degli aggiustamenti nel corso degli anni.

Il primo lavoro risale al 1904 con il titolo “Il metodo psicoanalitico di Freud”, venne scritto verso la metà del 1903 ed apparse anonimo come un capitolo del libro di Loewenfeld “Psychische Zwangserscheinungen” (“Fenomeni psichici compulsivi”), ma due anni dopo Freud lo pubblicò di nuovo con il suo nome nella prima serie delle sue Sammlungen. Il lavoro consistette in una descrizione molto generale del metodo, con la presa in esame del vecchio metodo catartico e la successiva introduzione dell’analisi delle libere associazioni che andava a sostituire l’ipnosi. In tale lavoro diede molto risalto all’importanza della rimozione e della resistenza tanto da affermare, riferendosi all’ipnosi: ”L’obiezione che bisogna muovere all’ipnosi è che essa nasconde la resistenza, impedendo così al medico di scrutare il giuoco delle forze psichiche. L’ipnosi non abolisce le resistenze, ma le evita, fornendo quindi solo informazioni incomplete e successi terapeutici transitori”.
Includerà nello stesso volume il contenuto del lavoro sulla “Psicoterapia” che espose nella conferenza che tenne il 12 dicembre del 1904 al Collegio Medico di Vienna.

In quella sede dovette controbattere la credenza che la psicoanalisi fosse una forma di suggestione, sottolineando l’antitesi esistente tra le due discipline, portando come esempio le argomentazione di Leonardo da Vinci nel descrivere la differenza tra scultura e pittura. La differenziazione consisteva nel fatto che la pittura opera per via di porre*, cioè aggiungendo colore alla tela, così come Freud riscontrava per la suggestione, mentre nella scultura si opera per via di levare * cioè togliendo alla forma grezza tutto ciò che nasconde la futura statua in essa contenuta, proprio come l’analisi rivela ciò che prima era nascosto.
Il contributo di maggior rilievo in quegli anni fu la descrizione dell’analisi di Dora, poiché offrirà l’opportunità di apprendere il modo in cui Freud lavorava attraverso l’interpretazione dei sogni, e le modalità di intervento adottate durante un trattamento psicoanalitico.

Questo faticoso lavoro destò un grande interesse soprattutto nel corso del Congresso di Salisburgo del 1908. Un tale positivo riscontro spinse Freud, dopo circa sei mesi dal Congresso, ad intraprendere un’esposizione sistematica della tecnica, che si proponeva di pubblicare con il titolo di “Allgemeine Technik der Psychoanalyse” (“Tecnica generale della psicoanalisi“). In una lettera che scrisse ad Abraham, lo fece partecipe del suo proposito di voler pubblicare il lavoro nella seconda serie dalla Sammlung, che sarebbe dovuta uscire l’anno seguente. Appena un mese dopo disse di aver scritto 36 pagine, ed a Ferenczi scrisse che per Natale gli avrebbe sottoposto il lavoro di 50 pagine, mentre a Jung sottopose le eventuali difficoltà che avrebbe potuto incontrare per la pubblicazione, e l’intenzione, se ciò fosse accaduto, di pubblicare il lavoro sul primo volume dello “Jahrbuch”.

Durante una visita di Ernest Jones a Freud nell’estate del 1900, questi gli rinnovò il proposito di scrivere una memoria sulle regole ed i principi di tecnica, che fecero ben sperare Jones, purtroppo però il progetto non ebbe alcun seguito.
Riprese l’argomento nell’interessante relazione esposta al Congresso di Norimberga del 1910 su “ Le prospettive future della terapia psicoanalitica”, dove espliciterà il passaggio, durante il trattamento, dalla spiegazione dei sintomi a quelle dei complessi ed all’esame diretto delle resistenze. Richiamerà inoltre l’attenzione sul fenomeno del controtransfert raccomandando un’accurata e costante autoanalisi.
Negli anni tra il 1911 ed il 1915, Freud pubblicò una serie di sei lavori sulla tecnica, che raggruppò al momento di ripubblicarli come parte della quarta serie della sua Sammlung kleiner Schriften zur Neurosenlehre (1918).

Il primo di questi, pubblicato nel dicembre del 1911, si intitolava “L’uso dell’interpretazione dei sogni in psicoanalisi”. Freud in questo lavoro argomenterà sulla possibilità, in un paziente che conosca l’importanza dei sogni, dello strutturarsi di resistenze che possono manifestarsi in due modi possibili: il paziente potrà giungere o a limitare la produzione di sogni, ed in tal caso sarà opportuno che lo psicoanalista gli dimostri che il proseguimento dell’analisi è indipendente dal materiale onirico, oppure arrivare a subissare l’analista con una quantità di sogni molto superiore a quella che sarà possibile analizzare nel tempo a disposizione. Il Maestro raccomanda all’analista di non dirigere il suo interesse scientifico sull’interpretazione di un sogno prima di aver favorito l’abreazione di emozioni e pensieri che insistono nella mente del paziente, anche perché quel materiale onirico, che in quel determinato momento sembrerebbe andar perduto, secondo Freud ricomparirebbe sotto qualche altra forma.

Un altro lavoro sarà “La dinamica del transfert” pubblicato un mese dopo nel gennaio 1912, che permise agli analisti di meglio comprendere tale cruciale fenomeno. Dopo aver riportato il paragone esistente tra i fenomeni transferenziali psicoanalitici e quelli che si verificano in altre situazioni cliniche, Freud preciserà quanto il transfert possa divenire di grande aiuto durante un trattamento o arrivare ad essere un ostacolo ai progressi del medesimo.

In questo stesso lavoro fece due importanti affermazioni: la prima, che gli procurerà numerose critiche, si riferiva al fatto che tutti i sentimenti positivi, di amicizia, fiducia, ecc. abbiano origini sessuali: ”In origine noi non conoscevamo altro che oggetti sessuali”.

La seconda riguardava il materiale inconscio che emerge nel corso dell’analisi e che secondo Freud mostra spesso le caratteristiche del “processo primario”, che scoprì grazie alle sue ricerche sui sogni.

In questo stesso periodo, nel 1912, Freud decise di proseguire le sue pubblicazioni tracciando solo i princìpi o le linee direttive generali, lasciando l’applicazione alla pratica e all’esperienza. Questa è l’intenzione che Freud si prefisse in quattro dei sei lavori precedentemente menzionati. Egli li pubblicò tra il 1912 e il 1915 , dando loro il titolo generale di “Precetti per i medici che praticano la psicoanalisi”.

Nel primo dei suoi lavori, Freud tratterà un tema che gli era stato suggerito da Ferenczi: lo stato psichico dell’analista. Egli, prendendo a prestito a questo proposito, una definizioni degli psicologi parlerà di: ”attenzione uniformemente sospesa”, facendo riferimento al fatto che l’analista non deve attribuire una maggiore o minore attenzione a quello o all’altro materiale, poiché l’atteggiamento dell’analista deve essere complementare ai tentativi di libera associazione fatti dal paziente. Ancora una volta Freud porrà l’accento sull’importanza dell’analisi personale dell’analista e scriverà: ”ne subirà le conseguenze, non solo con l’incapacità di apprendere dal paziente più di tanto, ma correndo il rischio di un pericolo più grave, che può diventare un pericolo anche per gli altri: egli cederà facilmente alla tentazione di proiettare, come una teoria scientifica di generale applicabilità, alcuni lati della sua personalità che ha confusamente percepito, screditando così il metodo psicoanalitico e sviando chi manca d’esperienza”.

L’altro pericolo da cui guardarsi è l’ambizione sia culturale che terapeutica, poiché secondo Freud non bisognerebbe mai chiedere al paziente più di quanto rientra nelle sue congenite possibilità.

Il lavoro successivo “Sugli inizi della cura”, pubblicato nel gennaio e nel marzo 1913, prende in esame i vari problemi che normalmente sorgono al momento dell’inizio di un trattamento, come per esempio: cosa dire al paziente nella prima intervista, quante spiegazione dargli, come regolarsi circa gli orari e gli onorari. Freud preciserà che le regole da lui suggerite dovrebbero tener conto della variabilità dei pazienti, quindi si orienterà a descrivere un procedimento di massima.

Per esempio, l’approccio da Freud proposto nei confronti di tutti quei pazienti di dubbia diagnosi, è quello di programmare un periodo di lavoro di due settimane, durante le quali il paziente è tenuto a seguire le regole analitiche mentre l’analista si astiene da qualsiasi interpretazione, per stabilire l’indicazione al trattamento, ed anche per assicurarsi che i sintomi nevrotici non coprano una patologia psicotica. Per quel che attiene la questione del compenso e della durata di un’analisi, Freud rivelerà di aver curato giornalmente un paio di pazienti per dieci anni, senza alcun compenso, elencando le notevoli difficoltà incontrate ai fini dell’analisi. Sulla durata di un trattamento egli fa riferimento non solo alla sua intrinseca difficoltà, ma anche alla “atemporalità” dell’inconscio ed alla lentezza con cui si verificano i mutamenti profondi. Conclude affermando di sentirsi completamente inerme di fronte al problema legato al modo di trattare i parenti dei pazienti, avendo per contro ben presente la loro costante ostilità e scontentezza.

Nel dicembre del 1914 pubblicò il lavoro “Ricordare, ripetere ed elaborare ed elaborazione attiva“, dove si soffermerà sull’importanza di riportare la ripetizione nella situazione di transfert perché più facilmente gestibile. Freud auspica il raggiungimento, durante un’analisi, della presa di coscienza profonda da parte del paziente della natura di una data resistenza, ragione che determina la lunghezza del lavoro analitico in ragione della “atemporalità” dell’inconscio.

L’ultimo, importante lavoro, di questa serie, fu pubblicato nel gennaio del 1915 con il titolo ”Amore da transfert“ dove Freud espone i principi che dovrebbero guidare l’analista nella gestione della situazione transferale.

In occasione del Congresso di Budapest, tenutosi il 28 settembre 1918, Freud tenne una relazione dal titolo “Direttive del progresso nella terapia psicoanalitica“, dove esprimerà la scelta della parola analisi in analogia con la scomposizione chimica.

Alcuni autori capeggiati da Bezzola, conclusero che ogni analisi dovesse necessariamente comportare una sintesi, ma Freud definì tale critica il risultato di un’insulsa estensione di un’analogia, aggiungendo che l’analisi realizza si una sintesi, eliminando le repressioni che hanno agito bloccando le diverse parti della psiche, favorendo però l’emergere di tentativi fino ad allora sopiti.
A riguardo dell’impiego dei sogni durante il trattamento, Freud scrisse, nel 1911, un lavoro dal titolo “Osservazioni supplementari sull’interpretazione dei sogni” mai pubblicato in nessuna delle raccolte tedesche delle opere, mentre venne incluso nella Standard Edition inglese nel volume principale, dove si occupò principalmente dell’interpretazione dei diversi simboli.

Il contributo più impegnativo fu scritto nel 1923 con il titolo “Osservazioni teoriche e pratiche sull’interpretazione dei sogni”. Freud distinse i diversi metodi per iniziare l’interpretazione di un sogno, descrivendo i vari aspetti in cui si presentano durante la cura, i diversi tipi di sogni, per poi soffermarsi sull’importanza nella clinica dell’avvenuta interpretazione dei sogni.

Concludo riportandovi una missiva che Freud scrisse a Ferenczi il 4 gennaio del 1928 per congratularsi con lui circa un recente lavoro di tecnica: ”... Il lavoro che mi ha mandato e che troverà accluso, rivela la maturità di giudizio che Lei ha acquisito in questi ultimi anni, rispetto alla quale nessuno Le è pari. Il titolo è eccellente e merita di essere più esteso, poiché le Raccomandazioni tecniche che scrissi tanto tempo fa erano d’ordine essenzialmente negativo. Mi pareva che la cosa più importante fosse sottolineare quello che non si deve fare e segnalare le tentazioni di scegliere direttive contrarie all’analisi. Lasciai al “tatto” tutto ciò che di positivo si dovrebbe fare. Lei ne ha ora avviato la discussione. E’ accaduto, per tutto risultato, che gli analisti docili non hanno afferrato la elasticità delle regole che avevo proposto, e vi si sono sottomessi come se si trattasse di altrettanti tabù. Un giorno o l’altro tutto questo andrà riveduto, senza che gli obblighi di cui ho parlato debbano però andare ignorati...Ciò che troviamo nella realtà è un delicato equilibrio - per lo più a livello preconscio - delle varie reazioni che ci aspettiamo in seguito al nostro intervento. L’esito dipende soprattutto dalla valutazione quantitativa dei fattori dinamici della situazione. Naturalmente non si possono dare regole di misura: la decisione dipende dall’esperienza e dalla normalità dell’analista. Proprio per questo con i principianti bisogna sfrondare del suo carattere mistico il concetto di “tatto”.
Suo affezionatissimo
Freud“


* * * * *


Negli anni che stiamo considerando, Freud pubblicò sei casi clinici dei quali vorrei proporre, per ora, solo una sintesi.

Il primo lavoro che esporrò é “Frammenti dell’analisi di un caso di isterismo”, noto comunemente come il “caso di Dora”, definito “un frammento” poiché l’analisi rimase incompiuta ed il trattamento durò solo undici settimane. Nella storia di Dora emerge la presenza di una madre poco gratificata dalle attività domestiche che esprimerà la sua insoddisfazione rendendo, per quanto possibile, la vita difficile al marito. Il padre di Dora aveva intrapreso una relazione con la moglie di un suo amico, la quale aveva stabilito con Dora un tipo di rapporto fortemente connotato da un interesse omosessuale. L’amico del padre arriverà a corteggiare Dora, alla quale rivelerà, una volta compiuti diciotto anni, il suo desiderio di sposarla una volta ottenuto il divorzio. Dora confessò l’accaduto ai genitori, pretendendo da questi l’immediata rottura con la coppia in questione.

Oltre allo studio del caso, nel saggio Freud trattò di vari argomenti di psicopatologia: una descrizione delle varie sfaccettature dell’isterismo, la sua base organica, il rapporto tra sintomi nevrotici e perversioni sessuali.
Lo scopo principale di Freud nel pubblicare il saggio fu quello di voler sottolineare l’importanza che riveste l’interpretazione dei sogni nel lavoro psicoanalitico.

Il secondo caso clinico è la prima relazione scritta di un’analisi infantile: ”Analisi di una fobia in un bambino di cinque anni” ed è conosciuta come “il caso del piccolo Hans“. I genitori erano stati allievi di Freud: egli aveva curato la madre prima che si sposasse, ed il padre di Hans aveva seguito tutte le lezioni del Maestro. Fu appunto il padre, e non Freud, ad analizzare il bambino, ma durante il lavoro analitico le consultazioni furono frequenti.

Il caso tratta di una fobia che si era innestata su uno stato di angoscia manifestatasi verso i quattro anni e mezzo, dopo circa nove mesi dalla nascita della sorellina. Il bambino aveva la fobia di attraversare le porte, poiché temeva che una volta uscito potesse essere morso.

Il padre condusse l’analisi effettuando domande dirette al bambino, trovandosi anche nella condizione di dover tradurre ciò che al bambino risultava difficile esprimere. Freud dovette difendersi dall’attacco di coloro che affermarono che le conclusioni raggiunte fossero dovute solo ai suggerimenti del padre, ponendo però l’accento sul cambiamento di opinione che si era verificato nei riguardi della suggestione. Infatti, mentre negli anni tra il 1887 e il 1889, Freud, insistendo sull’importanza della suggestione, aveva incontrato l’opposizione della classe medica del tempo, ora paradossalmente quest’ultima attribuiva enormi potenzialità alla metodo suggestivo.
Freud ritenne allora opportuno effettuare un esperimento: non volle rivelare al padre alcune importanti associazioni che aveva colto nel materiale. Il padre si trovò a lavorare senza cognizione di causa, finché fu il bambino stesso a chiarirle.
Freud rimase soddisfatto dai risultati dell’analisi, la fobia scomparse, e, a distanza di anni, ebbe la grande e gradita sorpresa di ricevere presso il suo studio un giovane di quattordici anni, alto e robusto, che presentandosi disse: ”Ich bin der kleine Hans” (Sono il piccolo Hans).

Freud introdusse nel lavoro un’importante osservazione sulla paura di castrazione, che riprese nel 1923, avanzando l’ipotesi, più volte suffragata dai dati clinici, che questa potesse insorgere senza che vi fosse stata una minaccia reale.
Poco dopo la pubblicazione del suo lavoro sullo “Jahrbuch”, rispondendo ad una lettera di Jones, gli scrisse: ”Sono contento che Lei abbia capito l’importanza del kleiner Hans. non ho mai guardato con maggiore perspicacia nell’anima di un bambino.”

Malgrado il successo raggiunto con questa analisi, Freud fu molto prudente, tanto da non considerare che si era aperto un’importante campo di intervento per la psicoanalisi: quello dell’analisi infantile. Infatti Freud nel paragrafo introduttivo espresse addirittura dei dubbi rispetto alla possibilità di intervento in età infantile, fortunatamente smentita dai successi terapeutici che successivamente tale tipo di intervento produsse: ”Secondo me, nessun altro sarebbe riuscito a far fare al bambino simili ammissioni. Le conoscenze particolari grazie alle quali il padre è stato in grado d’interpretare le osservazioni del figlio cinquenne, erano indispensabili e senza di esse le difficoltà tecniche che la psicoanalisi di un bambino così piccolo presenta, sarebbero state insormontabili. E’ solo perché l’autorità del padre e di medico si fondevano in una persona, e perché in essa si combinavano l’interesse affettivo e quello scientifico, che è stato possibile in questo caso particolare applicare il metodo ad uno scopo cui esso di solito non si presta.”

Il terzo caso di questa serie si basò su una relazione sommaria e frammentaria di un difficile caso di nevrosi ossessiva. Il paziente era un avvocato di circa trent’anni che aveva sofferto fin dalla prima infanzia di impulsi ossessivi, che si erano aggravati negli ultimi quattro anni, compromettendo sia la vita privata che quella lavorativa. Il caso in questione è conosciuto come “l’uomo dei topi”. L’analisi iniziò il 1 ottobre del 1907 e durò solo undici mesi con un risultato brillante. Freud presentò il caso fin dall’inizio del lavoro analitico, con due serate alla Società di Vienna, il 30 ottobre ed il 6 novembre, aggiornando successivamente tutti i membri dei progressi che man mano si consolidavano.

Nel congresso di Salisburgo, il 27 aprile del 1908, circa sei mesi dopo la presa in carico del paziente, espose in maniera più approfondita e completa il caso.
Nel suo lavoro, Freud oltre che esporre commenti di ordine generale, introdurrà un capitolo teorico che rappresenterà un prezioso contributo. Distinse, infatti, le diverse forme di rimozione che operano rispettivamente nella nevrosi ossessiva e nell’isterismo. Indicando nell’isteria il manifestarsi dell’amnesia dei complessi più importanti, indipendentemente dal fatto che i sintomi che ne derivano siano fisici o psichici, mentre nella nevrosi ossessiva la caratteristica è la permanenza del complesso rappresentazionale nella coscienza, privato però della sua carica affettiva. Sottolineerà anche un’altro meccanismo tipico che è quello che determina l’elisione di un importante pensiero intermedio che spezza la concatenazione tra due pensieri, rendendoli incomprensibili.

Freud effettuerà un’utilissima distinzione tra le difese primarie e secondarie che si strutturano nel corso di una nevrosi. Il processo nevrotico è costellato di idee razionali che si mescolano continuamente ad idee illogiche, caratteristiche dell’inconscio. Gli ossessivi sembrano attratti dall’incertezza, ed è questa la ragione per cui la loro ideazione ossessiva riguarda argomenti come la morte o l’immortalità. Freud espose due criteri utili per poter accertare la forma precisa dei pensieri ossessivi. Il primo è che nei sogni il contenuto appare manifesto, l’altro è che quando i pensieri ossessivi si susseguono essi hanno essenzialmente il medesimo significato, anche se sembrano diversi; il primo di essi è probabile che rappresenti la forma originaria. Freud spiegherà come la tendenza al dubbio ed il continuo senso di compulsione siano l’uno il completamento dell’altro. Egli considera come una delle principali caratteristiche di questo tipo di nevrosi, la netta scissione di questi due tipi di atteggiamenti emotivi. Il dubbio risulta dalla profonda ambivalenza tra odio e amore che domina la vita del paziente. Freud sottolinea la componente sadica dell’odio, ma solo quattro anni dopo tratterà con maggiore chiarezza tali tendenze che definirà “sadico-anali”.

Il senso di compulsione deriva dal tentativo di ipercompensare il dubbio e l’incertezza: quando un impulso riesce ad esprimersi, esso viene rinforzato da tutta l’energia incistata nelle incertezze inibitrici, quindi deve realizzarsi ad ogni costo, poiché in caso contrario si manifesterebbe un insopportabile stato di angoscia. Gli impulsi, sia psichici che fisici, rappresentano sempre un atto erotico oppure la sua proibizione diretta. Altra caratteristica di questo tipo di nevrosi è la regressione dall’azione al pensiero, la stessa attività di pensiero si sessualizza, così da rappresentare una parte dell’attività sessuale del paziente. Freud si soffermerà anche sul tema dell’autoerotismo, poiché la maggior parte dei pazienti nevrotici tende ad imputare i loro disturbi alla masturbazione adolescenziale.

Sottolineerà come sia importante considerare le fantasie legate all’atto masturbatorio, e poco tempo dopo attribuirà grande importanza alla distorsione regressiva che la masturbazione nell’ adolescenza comporta. Essa in definitiva determina una reinterpretazione dei ricordi infantili con gli strumenti dell’adulto, dandone un significato che allora non avevano.

Il quarto studio, pubblicato nel 1911, si fonda sullo studio che Freud effettuò su un libro di un paziente che era parzialmente guarito da un disturbo di paranoia. Egli era venuto a conoscenza dell’autobiografia di Schreber nel 1910, sette anni dopo la pubblicazione, e durante una vacanza in Sicilia discusse del caso con Ferenczi. Tornato a casa scrisse ad Dottor Stegmann di Dresda, chidendogli di inviargli tutto il materiale che gli era possibile reperire. Continuò quindi a studiare il caso, finché scrisse il saggio nella prima metà di dicembre.

Il protagonista del saggio era il dr. Schreber, che aveva sofferto nel 1885 di una malattia nervosa per la quale venne seguito per quindici mesi in una clinica, da un noto psichiatra, il prof. Flechsig di Lipsia. La diagnosi al momento della dimissione era stata di “ipocondria”. Quando presentò la seconda crisi i sintomi furono più gravi. La malattia si presentò in due fasi distinte: nella prima, che durò circa un anno, il paziente mostrava idee deliranti il cui contenuto si riferiva ad aggressioni omosessuali da parte del suo precedente medico, il prof. Flechsig, a sua volta sostenuto da Dio in persona. Nella seconda fase, la sintomatologia condurrà Schreber all’accettazione del suo destino perché voluto da Dio. A tutto questo si aggiungevano altre idee religiose e megalomaniche, secondo le quali egli sarebbe diventato un salvatore del mondo sotto spoglie femminili, che avrebbe creato una razza di esseri umani superiori.

Freud espresse il netto rapporto, che aveva per altro osservato in casi analoghi, tra l’omosessualità rimossa e la paranoia, esaminò i rapporti tra quattro tipici deliri della paranoia e i corrispondenti complessi, arrivando alla conclusione che i primi rappresentano una negazione dei complessi o una difesa contro di loro (vedi quadro sinottico qui appresso).

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Partendo dalla formula “Io amo lui” (nel caso di un uomo), Freud esplicherà le tre forme più tipiche delle idee deliranti paranoidi, dove ognuna delle tre parole può venir negata separatamente. Se nella proposizione si nega il verbo, si avrà “Io non amo lui - io odio lui”, che però nel delirio paranoide si trasformerà ulteriormente, per via del meccanismo della proiezione verso l’esterno, sotto forma di “Egli odia (e perseguita) me”; in tal caso si è di fronte al delirio paranoide più diffuso, quello di persecuzione.

Se invece nella proposizione si nega l’oggetto, avremo “Io amo non lui - io amo lei” che proiettato diventerà “Ella ama me”, noto come delirio erotico, per cui il malato crede che ogni donna sia innamorata di lui.

Abbiamo poi il caso in cui nella proposizione si nega il soggetto, “Non io amo lui - Ella ama lui” cioè il tormentoso delirio di gelosia. In questo caso non entrerà in gioco la proiezione perché il meccanismo interesserà l’esterno, mentre nei primi due casi, poiché si entra in contatto con la propria percezione interiore, si effettua la proiezione all’esterno. Vi è infine la possibilità che tutte e tre le parole vengano negate, con il seguente risultato “Io non amo affatto; io non amo nessuno”. Poiché la pulsione erotica deve riuscire ad esprimersi, essa ricade sul soggetto e lo investe libidicamente. Il risultato è la megalomania, che in forma più o meno marcata è presente in tutti i casi di paranoia. Freud userà anche il termine “narcisismo”, a cui era ricorso nel suo libro su Leonardo da Vinci (1910), ma che ancor prima, il 10 novembre 1909, aveva trattato presso la Società di Vienna, descrivendolo come uno stadio intermedio, necessario nel passaggio dall’autoerotismo all’alloerotismo, per poi successivamente collocarlo come uno stadio fisiologico dello sviluppo erotico.

Freud aggiungerà che nella paranoia il ritiro dell’amore dal suo precedente oggetto è sempre accompagnato da una regressione, che secondo il Maestro porterebbe dall’omosessualità, precedentemente sublimata, al narcisismo. In questo saggio Freud distinguerà le diverse forme di repressione, che poi chiamerà difese. Egli ritiene che il tipo di repressione operante sia più strettamente legato alle fasi dello sviluppo libidico: nessuna repressione potrebbe aver luogo se non in rapporto con una precedente “fissazione”, che rappresenta l’impossibilità da parte dello stimolo istintuale, a superare un dato stadio di sviluppo. Le fasi della repressione sono tre:

- la fissazione iniziale
- la repressione vera e propria e
- il crollo di questa repressione con il “ritorno del rimosso”.

In psicopatologia quest’ultima fase riveste il ruolo più importante.

Nel quinto caso clinico il paziente soffriva di una nevrosi particolarmente grave, che gli impediva di occuparsi anche delle attività più semplici. Si era sottoposto a varie cure, aveva frequentato varie cliniche, consultato il prof. Ziehen di Berlino ed il prof. Kraepelin di Monaco, due tra gli psichiatri più famosi dell’epoca.

Poiché le cure erano risultate vane, fece ritorno a casa sua ad Odessa dove incontrò il Dr. Drosnes, entusiasta della psicoterapia. Il medico si offrì di accompagnarlo a Berna per consultare il Dr. Dubois, ma quando durante il viaggio si fermarono a Vienna, decisero di consultare Freud. Il Maestro fece un’ottima impressione al paziente che decise su suo consiglio, non potendo nell’immediato accoglierlo, di ricoverarsi presso la clinica di Cottage, dato che Freud vi si recava ogni pomeriggio per visitare un paziente. Questo caso clinico è noto come quello dello “uomo dei lupi”. Esso rappresenta lo studio di una nevrosi infantile fatta attraverso l’analisi della successiva nevrosi adulta. Il paziente quando giunse all’osservazione di Freud, all’inizio di febbraio del 1910, era un giovane disperato di ventitré anni, costantemente accompagnato da un medico e da un cameriere personale, perché incapace persino di vestirsi. Freud lavorò per quattro anni senza che importanti progressi fossero raggiunti, finché adottando un procedimento molto rischioso, annunciò al paziente che avrebbe interrotto la cura all’inizio delle vacanze estive, nel luglio del 1914. La decisione ottenne il risultato di vincere le resistenze, tanto che una parte importante dell’analisi terminò ai primi di luglio Il paziente fece ritorno in Russia potendo occuparsi di sé e della sua vita. Questi era il figlio di un avvocato russo di Odessa, ricco proprietario terriero, morto nel 1907. Con la rivoluzione bolscevica vennero spogliati di tutte le loro ricchezze, il paziente riuscì a fuggire nel 1919 con la moglie facendo ritorno a Vienna, dove Freud lo analizzò per altri quattro mesi, dal novembre 1919 al febbraio 1920. Il paziente poté vivere adeguatamente per circa dodici anni dopo il trattamento con Freud; successivamente venne seguito da Ruth Brunswick, dall’ottobre 1926 al febbraio 1927, per un’insorta psicosi paranoide. Le ultime notizie a disposizione risalgono al 1940, epoca in cui il paziente non presentava ormai più alcun problema. Freud cominciò a scrivere il resoconto del caso al principio dell’ottobre del 1914, dopo tre mesi dal termine dell’analisi dell’uomo dei lupi. Alla fine del mese aveva scritto 54 pagine e all’inizio di novembre tutte le 116 pagine. Sarebbe stata sua intenzione pubblicarlo sullo “Jahrbuch” , ma la guerra determinò la chiusura prematura della rivista e poiché era un lavoro troppo lungo per la “Zeitschrift”, Freud lo ripose nella speranza che dopo la guerra lo “Jahrbuch” potesse uscire di nuovo. Quando però, alla fine della guerra, quelle speranze svanirono, lo pubblicò nella quarta serie della sua Sammlung kleiner Schriften, nel 1918.

L’ultimo caso “Psicogenesi di un caso di omosessualità femminile” riguardò una paziente di diciotto anni la cui analisi fu breve. La ragazza era innamorata di una signora di molti anni più anziana di lei; dopo un litigio con quest’ultima la paziente tentò il suicidio, atto che spinse i genitori a rivolgersi a Freud. Il maestro aveva intuito che la ragazza aveva un motivo profondo per conservare l’omosessualità nel tentativo di vendicarsi del padre, quindi interruppe la cura e consigliò alla paziente di farsi analizzare da una donna. Nell’infanzia la ragazza aveva attraversato una conflittuale fase edipica che si era risolta in modo non fisiologico: non riuscendo a trasferire il proprio amore su un sostituto del padre superando la rivalità e l’ostilità nei confronti della madre, si era identificata con l’oggetto perduto. Secondo Freud questo è uno dei tipi di regressione al narcisismo , che ha il vantaggio di evitare i conflitti con la propria madre. Freud colse l’occasione per fare un’affermazione di carattere generale sul suicidio, alla quale aveva accennato in altri scritti: ”Forse nessuno riuscirebbe a trovare l’energia psichica sufficiente ad uccidersi se insieme a se stesso egli non uccidesse in primo luogo qualcuno con cui si è identificato, cioè se non dirigesse contro se stesso un desiderio di morte che aveva precedentemente diretto contro questo qualcuno.”

Concludo sottolineando che nel trattare l’omosessualità Freud non ha più abbandonato il concetto, acquisito da Fliess, sulla naturale bisessualità non solo di tutti gli esseri umani, ma di tutte le creature viventi.

~ Rossana Ceccarelli


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